Nel giugno del 1679, vicino al ponte di Bothwell Bridge sul fiume Clyde, esplode uno degli scontri più importanti delle guerre religiose scozzesi del XVII secolo. I Covenanters, movimento presbiteriano nato per difendere l’autonomia della Chiesa di Scozia, si oppongono apertamente alla politica religiosa della monarchia britannica. La tensione tra corona e ribelli cresce da anni ed è ormai arrivata a un punto di rottura. I sostenitori del movimento rifiutano il sistema episcopale imposto dal re e denunciano le persecuzioni contro i predicatori presbiteriani indipendenti. Molti incontri religiosi clandestini vengono repressi con violenza e una parte dei Covenanters decide quindi di organizzarsi militarmente. Le forze governative raggiungono i ribelli nei pressi di Bothwell Bridge, dove si combatte una battaglia breve ma estremamente dura. Lo scontro si conclude con la sconfitta dei Covenanters, divisi internamente e meno organizzati rispetto all’esercito governativo. Centinaia di prigionieri vengono catturati dopo la battaglia e molti subiranno deportazioni, incarcerazioni o condanne; alcuni verranno detenuti anche nel recinto di Greyfriars Kirkyard oggi noto come Covenanters’ Prison. Per numerosi scozzesi protestanti, Bothwell Bridge diventa così il simbolo della repressione religiosa esercitata dalla monarchia. Ancora oggi la battaglia occupa un posto importante nella memoria storica scozzese. Il conflitto tra autorità politica e libertà religiosa vissuto dai Covenanters continua infatti a essere ricordato come uno dei passaggi più drammatici della Scozia del Seicento.
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Nel giugno del 1567, nei pressi di Edimburgo, Mary, Queen of Scots affronta uno dei momenti più drammatici della sua vita politica. A Carberry Hill, la regina si trova circondata dai nobili ribelli che si oppongono sempre più apertamente al suo governo. La situazione è ormai esplosiva e nasce da mesi di tensioni legate all’assassinio di Lord Darnley, marito della sovrana, e al successivo matrimonio con James Hepburn, conte di Bothwell. Molti nobili scozzesi ritengono Bothwell direttamente coinvolto nell’omicidio di Darnley e vedono il matrimonio con Mary come uno scandalo politico insostenibile. Dopo ore di stallo a Carberry Hill, la regina decide infine di arrendersi ai ribelli nel tentativo di evitare uno scontro armato. Bothwell fugge, mentre Mary viene portata via sotto custodia. Pochi giorni dopo, la sovrana viene imprigionata nel castello di Loch Leven. Qui sarà costretta ad abdicare in favore del figlio neonato, il futuro Giacomo VI di Scozia. La sua caduta apre una lunga stagione di instabilità politica, lotte di potere e divisioni religiose che segneranno profondamente il paese. La figura di Mary Stuart continuerà però ad affascinare la storia europea per secoli. Regina cattolica in una Scozia sempre più protestante, donna al centro di intrighi politici e tragedie personali, Mary diventerà uno dei personaggi più celebri e controversi della storia scozzese.
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Nel giugno del 793, il monastero di Lindisfarne, sulla costa nord-orientale dell’Inghilterra, viene attaccato da guerrieri arrivati dal mare del nord. Il raid sconvolge profondamente il mondo cristiano britannico ed europeo, perché il monastero era considerato uno dei principali centri religiosi dell’epoca. Le cronache raccontano di saccheggi improvvisi, violenze e paura lungo le coste del nord. Anche se Lindisfarne non si trova in Scozia, l’evento è strettamente legato alla storia scozzese. Nei decenni successivi, infatti, le incursioni vichinghe si estenderanno rapidamente verso le isole e le coste occidentali della Scozia. Comunità monastiche come quelle di Iona diventeranno bersagli frequenti degli attacchi norreni, cambiando profondamente la vita religiosa e politica delle Highlands e delle Ebridi. L’arrivo dei Vichinghi non porterà soltanto distruzione. Col tempo, le popolazioni norrene si insedieranno stabilmente in molte aree scozzesi, soprattutto nelle Orcadi, nelle Shetland e nelle Ebridi. Lingua, commercio, cultura marittima e toponomastica della Scozia settentrionale conserveranno per secoli tracce evidenti di questa presenza. Per molti storici, il raid di Lindisfarne rappresenta quindi l’inizio simbolico dell’Età vichinga nelle isole britanniche. Da quel momento, anche la Scozia entrerà sempre più in contatto — spesso in modo violento — con il mondo norreno che avrebbe trasformato il nord dell’Atlantico medievale.
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Tra le mura antiche dei castelli scozzesi, dove il tempo sembra scorrere più lentamente, non è raro trovare presenze silenziose che fanno ormai parte della storia del luogo: i gatti.
In molti castelli, sia ancora abitati che aperti al pubblico, i gatti sono stati per secoli una presenza concreta e necessaria. La loro funzione principale era quella di proteggere le dispense e gli ambienti interni da topi e altri piccoli animali, un compito fondamentale in strutture così grandi e difficili da mantenere.
Con il passare del tempo, però, la loro presenza ha assunto anche un significato diverso. Alcuni gatti sono diventati veri e propri “abitanti storici”, legati al castello tanto quanto le sue pietre, e spesso riconosciuti e ricordati da chi vi lavorava o viveva.
Non mancano i racconti più suggestivi: storie di gatti che continuano a essere avvistati anche dopo la loro morte, oppure di felini che sembrano comparire sempre negli stessi punti, come se stessero ancora svolgendo il loro antico ruolo di guardiani. In luoghi così carichi di memoria, dove ogni stanza ha visto passare generazioni di persone, è facile che anche la presenza di un animale si trasformi, nel tempo, in qualcosa di più.
Alcuni visitatori raccontano di aver intravisto gatti aggirarsi tra corridoi vuoti o cortili silenziosi, per poi sparire pochi istanti dopo. Altri parlano di sensazioni improvvise, come se qualcuno — o qualcosa — stesse osservando da lontano.
Tra storia e leggenda, realtà e suggestione, i gatti dei castelli scozzesi continuano a essere parte integrante dell’atmosfera di questi luoghi. Presenze discrete, ma difficili da ignorare.
Forse è proprio questo il loro ruolo: non farsi vedere davvero, ma farsi sentire. 🏰🐈
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Nel cuore di Edimburgo, accanto alla famosa statua del fedele Greyfriars Bobby, c’è un’altra presenza di cui si parla molto meno. Tra i visitatori più attenti del cimitero, infatti, circola da anni una suggestione ricorrente: quella di un gatto nero misterioso che si aggirerebbe tra le tombe, soprattutto nelle ore più silenziose e nelle notti fredde.
La storia di Greyfriars Bobby è conosciuta in tutto il mondo: il piccolo terrier che vegliò la tomba del suo padrone per anni, diventando simbolo di fedeltà assoluta. Ma proprio nei pressi della sua statua, alcuni raccontano di aver intravisto un gatto accovacciato tra le lapidi, immobile come una sentinella, o di averlo seguito con lo sguardo mentre spariva tra i vialetti del Greyfriars Kirkyard.
Non esistono fonti storiche che parlino di questo gatto, né prove concrete della sua presenza. Eppure, come spesso accade nei luoghi carichi di memoria, le interpretazioni non mancano: c’è chi lo immagina come un compagno silenzioso del cagnolino, chi come una presenza protettiva legata al cimitero, e chi, più semplicemente, come il riflesso dell’atmosfera sospesa che avvolge questo luogo. Non mancano certamente le teorie più romantiche: potrebbe essere il fantasma di un gatto realmente vissuto con un vecchio custode del cimitero, o addirittura incarnare uno spirito familiare di una strega sepolta lì.
Come per molte suggestioni scozzesi, il confine tra realtà e immaginazione resta sottile. Ma se ti capita di visitare il Greyfriars Kirkyard quando la folla si dirada e il silenzio prende il sopravvento, vale la pena rallentare lo sguardo: tra le ombre e le pietre antiche, potresti avere l’impressione di non essere davvero solo.
La prossima volta che passerai davanti a Bobby, lascia un pensiero anche a questa presenza discreta, che forse esiste solo nei racconti… o forse no. 🌙🐈⬛
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1 maggio 1707 – Atto di Unione: nasce il Regno di Gran Bretagna L’unione tra Scozia e Inghilterra non nasce da un singolo evento improvviso, ma da un processo lungo e complesso fatto di tensioni politiche, difficoltà economiche e interessi strategici. Nei primi anni del Settecento, la Scozia si trova in una posizione fragile, segnata anche dal fallimento del progetto coloniale di Darien, che aveva messo in ginocchio l’economia nazionale. In questo contesto, l’accordo con l’Inghilterra appare a molti come una soluzione necessaria per garantire stabilità economica e accesso ai mercati coloniali. Tuttavia, il processo è tutt’altro che condiviso: il dibattito è acceso, la popolazione divisa e non mancano proteste e accuse di corruzione tra i membri del Parlamento scozzese. Con l’approvazione dell’Atto di Unione, il Parlamento di Edimburgo viene sciolto e sostituito da una rappresentanza scozzese a Westminster. La Scozia mantiene alcune istituzioni fondamentali, come il sistema legale e la Chiesa, ma perde la propria autonomia politica diretta. Questo passaggio segna una svolta profonda nella storia del paese. L’unione crea una nuova realtà statale, ma lascia aperta una questione identitaria che attraversa i secoli e arriva fino ai giorni nostri, tra richieste di maggiore autonomia e spinte indipendentiste.
1 maggio 2018 – Prezzo minimo per l’alcol: la Scozia introduce una misura pionieristica Nel 2018 la Scozia introduce una misura destinata a far discutere ben oltre i suoi confini: il prezzo minimo per unità di alcol. L’obiettivo è chiaro fin dall’inizio, ovvero ridurre il consumo eccessivo, soprattutto tra chi acquista bevande molto economiche e ad alta gradazione. Il percorso per arrivare a questa decisione è lungo e complesso. La proposta incontra una forte opposizione da parte dell’industria degli alcolici e viene bloccata per anni da ricorsi legali, prima di essere definitivamente approvata. Alla base della misura ci sono numerosi studi che collegano il basso costo dell’alcol a problemi sanitari e sociali diffusi. Con l’introduzione del prezzo minimo, le bevande più economiche aumentano di costo, mentre quelle di fascia media o alta subiscono cambiamenti minori. L’intervento non colpisce quindi tutti allo stesso modo, ma si concentra su una fascia di consumo considerata più a rischio. La Scozia diventa così un punto di riferimento internazionale nelle politiche di salute pubblica legate all’alcol. Il provvedimento viene osservato da altri paesi e contribuisce a ridefinire il modo in cui si può intervenire sui comportamenti attraverso strumenti economici.
10 maggio 1848 – Nasce Thomas Lipton, imprenditore scozzese del tè globale Thomas Lipton nasce nel 1848 a Glasgow, in una Scozia che sta vivendo una fase di forte crescita industriale e commerciale. Fin da giovane entra nel mondo del commercio, iniziando con attività semplici che gli permettono di comprendere il funzionamento del mercato e le esigenze dei consumatori. Il suo percorso cambia quando decide di sviluppare una rete di negozi alimentari basata su un principio chiaro: offrire prodotti di qualità a prezzi accessibili. Questa idea, apparentemente semplice, si rivela innovativa in un contesto in cui molti beni erano ancora considerati poco accessibili per gran parte della popolazione. Con il tempo, Lipton espande il proprio modello fino a creare un marchio legato al tè, controllando direttamente produzione e distribuzione. Questa scelta gli consente di ridurre i costi e mantenere prezzi competitivi, anticipando strategie che diventeranno comuni solo molti anni dopo. Il suo nome diventa rapidamente sinonimo di tè nel mondo. Un esempio di come un’intuizione commerciale, nata in Scozia, possa trasformarsi in un fenomeno globale.
13 maggio 1947 – Nasce Rab Noakes, voce importante della musica folk scozzese Rab Noakes nasce a St. Andrews nel 1947 e cresce in un contesto musicale ricco di influenze, in cui la tradizione folk scozzese incontra i nuovi suoni provenienti dal mondo anglosassone. Fin dagli inizi, il suo percorso artistico si distingue per la capacità di muoversi tra questi due universi, senza aderire completamente a uno solo. Nel corso della sua carriera, sviluppa uno stile personale che combina elementi tradizionali con sonorità più moderne, contribuendo a rinnovare il panorama musicale scozzese. Le sue canzoni non sono semplici reinterpretazioni del passato, ma nuove narrazioni che mantengono un legame profondo con l’identità culturale del paese. La sua attività si inserisce in un periodo di grande trasformazione per la musica folk, in cui molti artisti cercano di trovare un equilibrio tra conservazione e innovazione. Noakes riesce a costruire questo equilibrio in modo naturale, diventando una figura rispettata sia dal pubblico che dagli altri musicisti. Il suo contributo dimostra come la tradizione non sia qualcosa di statico, ma un patrimonio vivo, capace di adattarsi e trasformarsi nel tempo senza perdere il proprio significato.
15 maggio 1987 – Nasce Andy Murray, simbolo moderno dello sport scozzese Andy Murray nasce nel 1987 in Scozia e cresce in un contesto in cui il tennis non è lo sport dominante. Fin da giovane dimostra però un talento evidente, accompagnato da una determinazione fuori dal comune che lo spinge a intraprendere un percorso impegnativo per emergere a livello internazionale. Per sviluppare il proprio potenziale, si trasferisce all’estero e si confronta con realtà molto più competitive. Questo passaggio segna profondamente la sua formazione, sia dal punto di vista tecnico che mentale, contribuendo a costruire un atleta capace di reggere la pressione dei grandi tornei. Nel corso della carriera, Murray raggiunge i vertici del tennis mondiale, conquistando titoli importanti e affrontando alcuni dei più grandi giocatori della storia. Il suo percorso è segnato anche da momenti difficili, tra cui infortuni e pause forzate, che rendono ancora più significativo ogni ritorno in campo. La sua figura va oltre i risultati sportivi. Per la Scozia rappresenta un simbolo moderno di eccellenza, capace di emergere in un contesto globale senza perdere il legame con le proprie origini.
20 maggio 685 – Nechtansmere: i Pitti fermano l’espansione anglosassone nel nord Nel VII secolo, il nord della Britannia è un territorio conteso tra diversi regni, tra cui quello dei Pitti e la potente Northumbria anglosassone. Quest’ultima sta espandendo la propria influenza, cercando di consolidare il controllo anche sulle regioni più settentrionali. In questo contesto si inserisce una battaglia destinata a cambiare gli equilibri. L’esercito della Northumbria, guidato dal re Ecgfrith, affronta le forze dei Pitti in un territorio difficile e strategico. Lo scontro si conclude con una sconfitta decisiva per gli angli e con la morte dello stesso re. La conseguenza è immediata: l’espansione anglosassone verso nord si arresta bruscamente. I Pitti rafforzano la propria posizione e mantengono il controllo su un’area che altrimenti avrebbe potuto essere assorbita da un potere esterno. Questo episodio rappresenta uno dei momenti fondamentali nella costruzione dell’identità dei territori che, secoli dopo, diventeranno la Scozia. Una vittoria che non è solo militare, ma anche culturale e politica.
29 maggio 1546 – Assassinato il cardinale Beaton, svolta nella Riforma scozzese Nel 1546 la Scozia è attraversata da forti tensioni religiose e politiche. Il cardinale David Beaton rappresenta uno dei principali difensori del cattolicesimo e mantiene un ruolo centrale nel governo del paese, opponendosi con decisione alla diffusione delle idee riformate. In questo clima di conflitto crescente, un gruppo di nobili protestanti organizza un attacco contro di lui. L’azione si svolge nel castello di St Andrews, dove Beaton viene assassinato in modo violento, segnando uno dei momenti più drammatici dello scontro tra le due fazioni. La sua morte non chiude il conflitto, ma lo intensifica. La Scozia entra in una fase ancora più instabile, in cui le tensioni religiose si intrecciano con interessi politici e alleanze internazionali, rendendo il quadro ancora più complesso. Questo episodio rappresenta uno dei passaggi che anticipano la Riforma scozzese. Un momento in cui la storia del paese cambia direzione, tra fede, potere e violenza.
29 maggio 1630 – Nasce Carlo II, incoronato re di Scozia a Scone Carlo II nasce nel 1630 in un periodo di forte tensione politica che porterà alle guerre civili inglesi. Figlio di Carlo I, cresce in un contesto instabile che culmina con l’esecuzione del padre e l’abolizione della monarchia. Costretto all’esilio, trascorre anni lontano dal trono mentre l’Inghilterra diventa una repubblica sotto Oliver Cromwell. In questo periodo, la Scozia assume un ruolo importante, proclamandolo re e sostenendolo nel tentativo di riconquistare il potere. Nel 1651 viene incoronato re di Scozia a Scone, prima ancora di poter tornare sul trono inglese. Tuttavia, la sua posizione resta fragile e solo anni dopo riuscirà a ristabilire la monarchia anche in Inghilterra. La Restaurazione segna il ritorno della monarchia e apre una nuova fase nella storia britannica. Il percorso di Carlo II resta uno dei più emblematici esempi di caduta e ritorno al potere.
31 maggio 1916 – Jutland: la flotta britannica legata alla base scozzese di Scapa Flow Nel 1916, nel pieno della Prima guerra mondiale, le flotte britannica e tedesca si affrontano nel Mare del Nord in quella che diventerà la più grande battaglia navale del conflitto. Lo scontro coinvolge centinaia di navi e migliaia di uomini, in un confronto diretto tra due delle principali potenze marittime dell’epoca. La Royal Navy opera partendo anche da basi scozzesi fondamentali, tra cui Scapa Flow nelle Orcadi, che rappresenta uno dei centri strategici più importanti per il controllo delle operazioni navali. La posizione della Scozia la rende un punto chiave nella gestione della guerra sul mare. La battaglia si conclude senza un vincitore chiaro sul piano tattico, con perdite significative da entrambe le parti. Tuttavia, la flotta tedesca non riesce a spezzare il controllo britannico delle rotte marittime, né a modificare l’equilibrio strategico del conflitto. Questo risultato conferma il ruolo dominante della Royal Navy e mantiene il blocco navale contro la Germania. La Scozia, attraverso le sue basi e infrastrutture, resta così parte integrante di una strategia che influenzerà l’esito della guerra.
1 aprile 1820 – Il proclama che accende la Radical War Il 1° aprile 1820, a Glasgow e in altre aree industriali della Scozia, iniziò a circolare un proclama che invitava allo sciopero generale e alla mobilitazione contro il governo britannico. Il documento, diffuso clandestinamente, esortava i lavoratori a fermare le attività e a unirsi in una protesta coordinata. Alla base della rivolta non c’erano solo difficoltà economiche, ma richieste politiche precise: maggiore rappresentanza e riforme in un sistema che escludeva gran parte della popolazione. Il contesto era segnato da tensioni crescenti dopo le guerre napoleoniche, con disoccupazione, aumento dei prezzi e forte malcontento sociale. Nei giorni successivi, migliaia di persone aderirono allo sciopero, ma il movimento risultò frammentato e facilmente controllabile dalle autorità. Alcuni tentativi di azione armata, come quello che porterà alla battaglia di Bonnymuir, furono rapidamente repressi. La risposta del governo fu severa, con arresti e condanne che stroncarono sul nascere la rivolta. Nonostante il fallimento immediato, la Radical War del 1820 rappresenta un momento significativo nella storia scozzese: segna una delle prime mobilitazioni collettive con obiettivi politici chiari da parte della classe lavoratrice e anticipa le riforme che, nel corso dell’Ottocento, porteranno a una maggiore partecipazione politica.
1 aprile 1996 – La Scozia si ridisegna: nascono le 32 council areas Il 1° aprile 1996 entrò in vigore una riforma fondamentale del governo locale scozzese. Il sistema amministrativo a due livelli, composto da regioni e distretti, venne abolito e sostituito da 32 council areas unitarie, ciascuna responsabile dei servizi locali. La riforma aveva l’obiettivo di semplificare la gestione amministrativa e rendere più diretta l’organizzazione del territorio. Ogni area assunse competenze complete a livello locale, dalla gestione dei servizi pubblici alla pianificazione. Questa nuova struttura è ancora oggi in vigore e rappresenta la base dell’amministrazione scozzese contemporanea. Inoltre, il cambiamento si inserisce nel percorso che porterà alla devolution del 1999, quando la Scozia tornerà ad avere un proprio Parlamento.
2 aprile 1593 – La fondazione del Marischal College ad Aberdeen Il 2 aprile 1593, George Keith, 5° Earl Marischal, fondò il Marischal College ad Aberdeen. L’istituzione nacque nel contesto della Scozia post-Riforma, con l’obiettivo di formare ministri protestanti e una nuova classe dirigente istruita. A differenza del più antico King’s College, fondato in epoca cattolica, il Marischal College rappresentava una visione più moderna e civica dell’istruzione, aperta ai cambiamenti religiosi e politici del tempo. Nel corso dei secoli, i due college avrebbero finito per unirsi, dando origine all’attuale Università di Aberdeen. Il Marischal College resta ancora oggi uno degli edifici simbolo della città e un esempio importante nello sviluppo dell’istruzione superiore in Scozia.
4 aprile 1406 – La morte di Robert III e un trono senza re Il 4 aprile 1406 morì Robert III di Scozia, nel castello di Rothesay. Al momento della sua morte, il figlio ed erede James non era però nel regno: si trovava prigioniero in Inghilterra, dopo essere stato catturato durante un viaggio verso la Francia. La Scozia si ritrovò così in una situazione anomala, con un re legittimo ma assente. Il governo venne affidato a reggenti, mentre il giovane sovrano rimase in cattività per diversi anni. Questo episodio mette in luce la debolezza della monarchia scozzese in quel periodo, fortemente esposta alle pressioni inglesi. Solo nel 1424 James I riuscirà a tornare in Scozia e a prendere effettivamente il potere. La lunga assenza del sovrano influenzò profondamente l’equilibrio politico del regno, lasciando spazio a lotte di potere interne tra nobili e reggenti. Questo periodo contribuì a rendere ancora più evidente quanto la stabilità della Scozia dipendesse da una monarchia forte e presente sul territorio.
4 aprile 1617 – John Napier e l’invenzione dei logaritmi Il 4 aprile 1617 morì John Napier, matematico scozzese noto per aver introdotto i logaritmi. La sua scoperta rappresentò una svolta fondamentale nel modo di affrontare i calcoli complessi. I logaritmi permettevano di trasformare moltiplicazioni e divisioni in operazioni più semplici, come somme e sottrazioni. Questo li rese strumenti indispensabili per astronomi, navigatori e scienziati in un’epoca in cui ogni calcolo veniva eseguito manualmente. L’impatto del lavoro di Napier fu enorme e duraturo: per secoli, i logaritmi rimasero alla base del calcolo scientifico, fino all’arrivo delle calcolatrici e dei computer. Il contributo di Napier non riguarda solo la matematica, ma anche il progresso scientifico nel suo complesso. Rendendo i calcoli più accessibili e meno soggetti a errore, i logaritmi facilitarono lo sviluppo di discipline come astronomia e navigazione, contribuendo all’avanzamento delle conoscenze in tutta Europa.
5 aprile 1820 – La battaglia di Bonnymuir e la fine della rivolta Il 5 aprile 1820, nei pressi di Bonnymuir, vicino a Falkirk, un gruppo di radicali armati si scontrò con le forze governative. L’episodio rappresenta il momento decisivo della Radical War iniziata pochi giorni prima. I rivoltosi, male organizzati e numericamente inferiori, furono rapidamente sopraffatti. Lo scontro segnò di fatto la fine della mobilitazione, che venne soffocata nel giro di pochi giorni. Dopo Bonnymuir, le autorità avviarono arresti e processi contro i partecipanti. Le condanne furono severe e contribuirono a spegnere ogni ulteriore tentativo di rivolta, lasciando però un segno nella storia delle lotte politiche scozzesi. Nonostante il fallimento immediato, l’episodio di Bonnymuir non viene dimenticato. Rimane infatti uno dei momenti più emblematici della Radical War, ricordato come simbolo delle prime mobilitazioni con richieste politiche esplicite da parte della classe lavoratrice scozzese, in un contesto di profonde trasformazioni sociali.
5 aprile 1902 – Il disastro di Ibrox Park Il 5 aprile 1902, durante la partita tra Scozia e Inghilterra a Ibrox Park, una parte della tribuna cedette improvvisamente sotto il peso degli spettatori. Migliaia di persone erano presenti allo stadio quando la struttura collassò, trasformando un evento sportivo atteso in una scena di caos e panico. Il bilancio fu grave: decine di morti e centinaia di feriti. L’evento sconvolse profondamente l’opinione pubblica, non solo per il numero delle vittime, ma anche perché mise in evidenza la fragilità delle strutture sportive dell’epoca, spesso realizzate senza adeguati standard di sicurezza. Nei giorni successivi, l’attenzione si concentrò sulle responsabilità e sulle condizioni degli impianti. Il disastro evidenziò la necessità di ripensare completamente la progettazione degli stadi, introducendo criteri più rigorosi nella costruzione e nel controllo delle strutture. Da quel momento, la sicurezza divenne un elemento centrale nella realizzazione degli impianti sportivi. Il disastro di Ibrox resta ancora oggi uno degli episodi più drammatici nella storia dello sport scozzese e un punto di svolta nella gestione degli eventi pubblici.
6 aprile 1320 – La Declaration of Arbroath Il 6 aprile 1320, i nobili scozzesi inviarono al papa una dichiarazione destinata a diventare uno dei testi più importanti della storia del paese: la Declaration of Arbroath. Il documento difendeva l’indipendenza della Scozia dalle pretese inglesi e sosteneva la legittimità del regno sotto Robert the Bruce. Ma conteneva anche un’idea innovativa: il potere del sovrano non è assoluto, ma dipende dal consenso del popolo. Questo principio, espresso in un contesto medievale, anticipa concetti che diventeranno centrali nella storia politica europea. Ancora oggi, la Declaration of Arbroath è considerata un simbolo dell’identità e dell’autodeterminazione scozzese. Oltre al suo valore storico, la Declaration of Arbroath ha assunto nel tempo un significato simbolico sempre più forte. È spesso richiamata nel dibattito contemporaneo sull’identità scozzese e sul rapporto con il Regno Unito, proprio per il suo messaggio chiaro sulla libertà e sulla legittimità del potere politico.
7 aprile 1934 – Nasce lo Scottish National Party Il 7 aprile 1934 nasce lo Scottish National Party, dalla fusione di diversi movimenti nazionalisti scozzesi. L’obiettivo iniziale è ottenere maggiore autonomia politica e rappresentanza per la Scozia all’interno del Regno Unito. Nel corso del tempo, il partito crescerà fino a diventare una delle principali forze politiche del paese, guidando il dibattito su autonomia e indipendenza. Il suo ruolo sarà decisivo nel percorso che porterà alla creazione del Parlamento scozzese nel 1999 e, più avanti, al referendum sull’indipendenza del 2014. La nascita dello SNP segna l’inizio di una presenza politica organizzata che porterà nel tempo il tema dell’autonomia al centro del dibattito pubblico. Da movimento inizialmente marginale, il partito riuscirà a costruire consenso e a influenzare profondamente la direzione politica della Scozia contemporanea.
9 aprile 1747 – L’esecuzione di Lord Lovat Il 9 aprile 1747 Simon Fraser, noto come Lord Lovat, venne giustiziato a Londra per tradimento, dopo aver sostenuto la causa giacobita durante la rivolta del 1745. Personaggio controverso, aveva cambiato più volte schieramento nel corso della sua vita politica, ma il suo coinvolgimento nella ribellione contro il governo britannico portò alla sua condanna definitiva. La sua esecuzione è ricordata anche perché fu l’ultima decapitazione ufficiale in Gran Bretagna. Con la sua morte si chiude simbolicamente una fase della storia scozzese legata ai clan e alle rivolte giacobite. La figura di Lord Lovat è rimasta nella memoria storica proprio per la sua ambiguità e per il modo in cui cercò di muoversi tra schieramenti opposti. La sua fine rappresenta non solo la punizione di un singolo, ma anche il segnale della volontà del governo britannico di chiudere definitivamente la stagione delle rivolte giacobite.
9 aprile 1817 – Alexander “Greek” Thomson Il 9 aprile 1817 nasce Alexander Thomson, architetto scozzese noto come “Greek” Thomson per il suo stile fortemente ispirato all’architettura classica. Attivo soprattutto a Glasgow, sviluppò un linguaggio originale che combinava elementi dell’antichità greca con soluzioni moderne, distinguendosi nel panorama architettonico dell’Ottocento. Le sue opere contribuirono a definire l’identità urbana della città e ancora oggi sono considerate esempi importanti di reinterpretazione del classicismo in chiave moderna. Il lavoro di Thomson è ancora oggi riconoscibile nel tessuto urbano di Glasgow, dove molti dei suoi edifici continuano a caratterizzare interi quartieri. La sua capacità di reinterpretare il linguaggio classico in chiave moderna lo rende una figura unica nel panorama architettonico scozzese ed europeo.
10 aprile 1512 – La nascita di James V Il 10 aprile 1512 nasce James V di Scozia, figlio di James IV. Diventerà re in giovane età dopo la morte del padre nella battaglia di Flodden, trovandosi a governare un regno attraversato da tensioni politiche e lotte interne. Il suo regno si inserisce in un periodo complesso della storia scozzese e sarà importante anche per la nascita di Mary, Queen of Scots, una delle figure più note della monarchia. Il suo regno sarà segnato da continue tensioni interne e da rapporti complessi con l’Inghilterra, in un contesto europeo in rapido cambiamento. La sua figura rimane importante anche perché collega due momenti cruciali della storia scozzese, tra la fine dell’indipendenza medievale e le dinamiche politiche che coinvolgeranno la generazione successiva.
10 aprile 1273 – Sweetheart Abbey Il 10 aprile 1273 Devorgilla di Galloway fonda Sweetheart Abbey in memoria del marito John Balliol. L’abbazia nasce come luogo di devozione, ma anche come gesto personale: secondo la tradizione, Devorgilla fece conservare il cuore del marito, da cui deriva il nome stesso del complesso. Ancora oggi, Sweetheart Abbey è uno dei luoghi più suggestivi della Scozia medievale, dove storia, memoria e architettura si intrecciano in modo unico. La storia di Sweetheart Abbey è rimasta nel tempo anche per il suo valore simbolico, che unisce dimensione personale e religiosa. Non è solo un luogo di culto, ma il segno concreto di come una vicenda privata possa trasformarsi in memoria collettiva, entrando a far parte della storia e dell’identità di un territorio.
11 aprile 1951 – Il ritorno della Stone of Destiny L’11 aprile 1951 la Stone of Destiny viene ritrovata nell’abbazia di Arbroath, dopo essere stata rimossa mesi prima da Westminster da un gruppo di studenti scozzesi. La pietra, simbolo storico della monarchia scozzese e utilizzata per le incoronazioni, aveva un forte valore identitario. La sua scomparsa e il successivo ritrovamento attirarono grande attenzione pubblica. L’episodio contribuì a rafforzare il sentimento nazionale scozzese nel dopoguerra, riportando al centro il legame tra storia, simboli e identità. Il ritorno della Stone of Destiny non fu solo un episodio simbolico, ma anche un gesto con forte impatto politico e culturale. In un periodo in cui l’identità scozzese stava riemergendo nel dibattito pubblico, la vicenda contribuì a rafforzare il legame tra passato storico e rivendicazioni contemporanee.
12 aprile 1567 – L’assoluzione di Bothwell Il 12 aprile 1567 James Hepburn, conte di Bothwell, viene assolto dall’accusa di aver organizzato l’omicidio di Lord Darnley, marito di Mary, Queen of Scots. Il processo fu rapido e controverso, con pochi testimoni e un esito che suscitò dubbi già all’epoca. Poco dopo, Bothwell sposò la regina, alimentando sospetti e tensioni politiche. Questo episodio contribuì in modo decisivo alla crisi che porterà alla caduta di Mary. L’assoluzione di Bothwell resta uno degli episodi più controversi del regno di Mary. Ancora oggi gli storici discutono sul grado reale di coinvolgimento e sulle dinamiche politiche che influenzarono il processo, rendendolo un caso emblematico di giustizia condizionata dal potere.
12 aprile 1606 – La nascita della prima Union Flag Il 12 aprile 1606 viene introdotta una nuova bandiera destinata a rappresentare l’unione tra Scozia e Inghilterra, avvenuta pochi anni prima con l’ascesa di James VI di Scozia al trono inglese. La bandiera unisce due simboli distinti: la croce di Sant’Andrea, associata alla Scozia, e quella di San Giorgio, simbolo dell’Inghilterra. Il risultato è un primo tentativo visivo di esprimere un’unione politica ancora fragile e non del tutto definita. Questo nuovo emblema non rappresenta ancora uno stato unificato, ma segna un passaggio importante nella costruzione di un’identità condivisa. Nel tempo, la Union Flag diventerà uno dei simboli più riconoscibili della storia britannica, legato tanto all’unione quanto alle tensioni tra le sue diverse componenti.
12 aprile 1700 – Il fallimento del Darien Scheme Il 12 aprile 1700 la Scozia abbandona definitivamente il progetto Darien, un ambizioso tentativo di fondare una colonia commerciale in Panama. La spedizione, sostenuta economicamente da gran parte della popolazione, si scontra con condizioni estreme: malattie, isolamento e mancanza di rifornimenti. Il risultato è un fallimento totale. Le conseguenze sono pesanti. L’economia scozzese subisce un duro colpo e la crisi contribuisce a spingere parte della classe dirigente verso l’Atto di Unione del 1707, cambiando il futuro politico del paese. Il fallimento del Darien Scheme lasciò un segno profondo nella società scozzese, coinvolgendo direttamente migliaia di investitori e famiglie. La perdita economica diffusa contribuì a creare un clima di sfiducia e vulnerabilità che rese più accettabile, per parte della classe dirigente, l’idea di un’unione politica con l’Inghilterra.
13 aprile 1892 – Robert Watson-Watt Il 13 aprile 1892 nasce Robert Watson-Watt, ingegnere scozzese noto per lo sviluppo del radar. La sua ricerca sulle onde radio porterà alla creazione di sistemi capaci di rilevare oggetti a distanza, una svolta tecnologica fondamentale nel XX secolo. Durante la Seconda guerra mondiale, il radar diventerà uno strumento decisivo per la difesa aerea britannica, influenzando profondamente anche le tecnologie successive in ambito civile. Il contributo di Watson-Watt non si limita all’ambito militare. Le tecnologie basate sul radar verranno infatti adattate e sviluppate anche in contesti civili, come l’aviazione e la meteorologia, dimostrando come un’innovazione nata in un contesto specifico possa avere effetti duraturi e trasversali nel tempo.
14 aprile 1582 – L’Università di Edimburgo Il 14 aprile 1582 viene concessa la carta reale che porta alla fondazione dell’Università di Edimburgo, una delle istituzioni accademiche più importanti della Scozia. A differenza di altre università nate in ambito ecclesiastico, questa nasce come progetto civico, sostenuto dalla città e orientato allo sviluppo culturale. Nel tempo, l’università diventerà un centro fondamentale dell’Illuminismo scozzese, contribuendo alla diffusione di idee scientifiche e filosofiche in tutta Europa. Il suo sviluppo riflette anche la crescita di Edimburgo come centro culturale e intellettuale. L’università contribuirà a trasformare la città in uno dei poli più influenti dell’Europa moderna, consolidando il ruolo della Scozia nel panorama scientifico e accademico internazionale.
15 aprile 1710 – William Cullen Il 15 aprile 1710 nasce William Cullen, medico scozzese che contribuirà in modo significativo allo sviluppo della medicina moderna. Professore all’Università di Edimburgo, attirò studenti da tutta Europa grazie al suo metodo innovativo e alla sua capacità didattica, diventando una figura centrale nella formazione medica del XVIII secolo. Cullen promosse un approccio più sistematico allo studio delle malattie, incoraggiando i medici a osservare con attenzione i sintomi e a metterli in relazione tra loro. Questo modo di procedere rappresentava un cambiamento rispetto a pratiche più frammentarie e meno strutturate diffuse fino ad allora. Il suo lavoro sulle classificazioni delle malattie contribuì a rendere la medicina più organizzata e comprensibile, influenzando profondamente le generazioni successive. Grazie anche al suo contributo, Edimburgo si affermò come uno dei principali centri di insegnamento medico in Europa. Cullen è anche noto per aver introdotto il termine “nevrosi” per descrivere un insieme di disturbi legati al sistema nervoso, contribuendo a una prima distinzione tra malattie fisiche e condizioni di natura funzionale. Inoltre sviluppò la cosiddetta “teoria dello spasmo”, secondo cui molte malattie derivavano da alterazioni del tono nervoso e muscolare.
16 aprile 1746 – La battaglia di Culloden Il 16 aprile 1746 si combatte la battaglia di Culloden, ultimo grande scontro delle rivolte giacobite. Le forze guidate da Charles Edward Stuart si scontrano con l’esercito governativo nelle Highlands scozzesi, in uno scontro breve ma estremamente violento. La battaglia si conclude con una netta sconfitta dei giacobiti. Le truppe governative, meglio organizzate e equipaggiate, riescono a sopraffare rapidamente i ribelli, segnando la fine del tentativo di restaurare la dinastia Stuart sul trono britannico. Dopo Culloden, la repressione nelle Highlands è immediata e dura. Il governo britannico introduce misure severe per smantellare il sistema dei clan, vietando elementi della cultura tradizionale come l’uso del tartan e il possesso di armi. Le conseguenze sono profonde e durature. Culloden non è solo una sconfitta militare, ma un punto di svolta che cambia radicalmente la società scozzese, segnando la fine di un’epoca e l’inizio di una nuova fase storica.
16 aprile 1953 – Il varo del Royal Yacht Britannia Il 16 aprile 1953 viene varato il Royal Yacht Britannia nei cantieri navali di Clydebank, in Scozia. L’imbarcazione nasce come yacht reale destinato a ospitare la famiglia reale britannica durante viaggi ufficiali e missioni diplomatiche. Fin dall’inizio, il Britannia viene concepito non solo come mezzo di trasporto, ma come vero e proprio spazio di rappresentanza. A bordo si svolgono incontri, ricevimenti e visite di stato, contribuendo a rafforzare il ruolo della monarchia nelle relazioni internazionali. Nel corso della sua attività, lo yacht accompagnerà la famiglia reale in numerosi viaggi in tutto il mondo, diventando uno dei simboli più riconoscibili del Regno Unito nel secondo dopoguerra. Dismesso nel 1997, il Britannia è oggi conservato a Edimburgo come nave museo, testimone di una lunga stagione di diplomazia e rappresentanza reale.
17 aprile 1882 – La Battle of the Braes Il 17 aprile 1882, a Braes, sull’isola di Skye, un gruppo di crofters si ribellò contro i proprietari terrieri per le condizioni di affitto e per l’uso delle terre comuni. Non si trattava di una tensione improvvisa, ma del risultato di anni di malcontento nelle comunità delle Highlands, strette tra sfratti, pascoli contesi e risorse sempre più limitate. La protesta nacque in un contesto sociale difficile, in cui molti piccoli affittuari vedevano ridursi gli spazi disponibili per il bestiame e peggiorare la propria situazione economica. Le rivendicazioni dei crofters riguardavano quindi non solo la sopravvivenza quotidiana, ma anche il diritto di restare sulle proprie terre e di non essere esclusi da un sistema sempre più sbilanciato a favore dei grandi proprietari. L’intervento delle autorità trasformò presto la vicenda locale in un caso di rilievo più ampio. La Battle of the Braes attirò attenzione ben oltre Skye e contribuì a rendere più visibile la questione crofter, già presente nel dibattito pubblico scozzese di quegli anni. Per questo l’episodio è ricordato come uno dei momenti significativi della lotta per i diritti delle comunità rurali delle Highlands. Le proteste dei crofters avrebbero infatti contribuito, negli anni successivi, a spingere verso riforme legislative e a cambiare il modo in cui la questione della terra veniva percepita in Scozia.
17 aprile 1909 – I disordini della Scottish Cup Final Il 17 aprile 1909, dopo la finale di Scottish Cup tra Celtic e Rangers, scoppiarono disordini allo stadio di Hampden Park. La partita era terminata in pareggio, lasciando il pubblico senza un vincitore e alimentando il malcontento tra i tifosi presenti. La decisione di rigiocare l’incontro contribuì ad aumentare la tensione. Sugli spalti e nei dintorni dello stadio, la protesta si trasformò rapidamente in disordine, con invasioni di campo e interventi delle forze dell’ordine. L’episodio mise in evidenza le forti rivalità nel calcio scozzese e la difficoltà di gestire eventi così partecipati. Da quel momento, si sviluppò una maggiore attenzione alla sicurezza e all’organizzazione delle finali, per evitare il ripetersi di situazioni simili.
19 aprile 1390 – La morte di Robert II Il 19 aprile 1390 muore Robert II, primo sovrano della dinastia Stuart sul trono di Scozia. La sua ascesa aveva rappresentato un passaggio importante nella storia del regno, perché segnava l’inizio di una nuova linea dinastica destinata a lasciare un’impronta profonda nei secoli successivi. Durante il suo regno, la Scozia dovette continuare a confrontarsi con equilibri politici fragili, tensioni nobiliari e la necessità di consolidare il potere centrale. La monarchia restava infatti esposta a rivalità interne che rendevano delicata ogni successione. Con la morte di Robert II, il trono passa al figlio Robert III. Il momento è significativo non solo per il cambio di sovrano, ma anche perché conferma la continuità degli Stuart, destinati a dominare a lungo la storia scozzese e, in seguito, anche quella britannica.
20 aprile 1746 – La fuga di Bonnie Prince Charlie Dopo la sconfitta di Culloden, Bonnie Prince Charlie si dirige verso la costa occidentale della Scozia e l’area di Arisaig, nel tentativo di sottrarsi alla cattura. La battaglia aveva ormai segnato il fallimento della causa giacobita, ma la fuga del principe avrebbe dato inizio a una delle vicende più note e raccontate della storia scozzese. Nei mesi successivi, Charles Edward Stuart riuscirà a evitare l’arresto grazie a una rete di aiuti, rifugi e sostegni locali. La sua fuga attraverso Highlands e isole diventerà presto parte della memoria collettiva, sospesa tra storia e leggenda. Anche se non cambia l’esito politico della rivolta, questo momento contribuisce in modo decisivo alla costruzione del mito giacobita. La figura del principe smette di essere solo quella di un pretendente sconfitto e diventa simbolo romantico di una causa perduta.
20 aprile 1809 – James David Forbes Il 20 aprile 1809 nasce James David Forbes, fisico scozzese che avrà un ruolo importante nello studio dei ghiacciai, del calore e di diversi fenomeni naturali. La sua attività scientifica si colloca in una stagione molto fertile per la ricerca scozzese, soprattutto nell’ambiente accademico di Edimburgo. Forbes è ricordato per aver unito osservazione diretta e metodo sperimentale. I suoi studi sui ghiacciai furono particolarmente importanti perché contribuirono a chiarirne il movimento e il comportamento, in un’epoca in cui molti aspetti di questi fenomeni erano ancora poco compresi. Il suo lavoro rafforzò il prestigio della scienza scozzese nell’Ottocento e mostra bene quanto la Scozia fosse ancora un centro vitale di ricerca, capace di influenzare il dibattito scientifico europeo.
22 aprile 1869 – Patrick Bell Il 22 aprile 1869 muore Patrick Bell, inventore scozzese noto per aver progettato una delle prime mietitrici meccaniche realmente efficaci. La sua invenzione nasce da un’esigenza molto concreta: migliorare e velocizzare il lavoro agricolo in un contesto in cui la produttività dei campi stava diventando sempre più importante. Bell osservò con attenzione il funzionamento della mietitura manuale e cercò di tradurre quel processo in una soluzione meccanica. Il risultato fu una macchina capace di anticipare trasformazioni profonde nel mondo agricolo, inserendosi nel più ampio percorso della meccanizzazione ottocentesca. La sua figura è significativa perché mostra un altro volto della storia scozzese: non solo politica, guerre o cultura, ma anche innovazione tecnica applicata alla vita quotidiana. Il suo contributo resta legato a una stagione in cui inventiva e praticità cambiarono il lavoro nei campi.
27 aprile 1296 – La battaglia di Dunbar Il 27 aprile 1296, nei pressi di Dunbar, l’esercito scozzese si scontrò con le truppe inglesi guidate da Edward I. Lo scontro avvenne nelle fasi iniziali delle Guerre d’Indipendenza scozzesi e si concluse rapidamente con una netta vittoria inglese. La battaglia fu segnata da errori tattici e da una risposta poco coordinata da parte scozzese. Le forze inglesi riuscirono a sfruttare la situazione, mettendo in difficoltà un esercito non preparato a sostenere uno scontro diretto in quelle condizioni. Le conseguenze furono immediate: molti nobili scozzesi vennero catturati e il controllo inglese sul territorio si rafforzò rapidamente. La sconfitta di Dunbar rappresentò uno dei momenti più critici per la Scozia in quella fase del conflitto. Nonostante ciò, l’episodio contribuì a innescare una reazione che porterà negli anni successivi alla nascita di una resistenza più organizzata. Figure come William Wallace emergeranno proprio in questo contesto, dando nuova forza alla lotta per l’indipendenza.
28 aprile 1707 – La dissoluzione del Parlamento scozzese Il 28 aprile 1707 viene formalmente dissolto il Parlamento di Scozia, poche settimane dopo la sua ultima seduta. È il passaggio conclusivo di un processo politico già avviato con l’Atto di Unione, che unisce Scozia e Inghilterra nel nuovo Regno di Gran Bretagna. La dissoluzione ha un forte valore simbolico, perché segna la fine dell’istituzione parlamentare autonoma scozzese. Anche se la Scozia mantiene propri sistemi giuridici, religiosi e educativi, il centro della rappresentanza politica si sposta ormai a Londra. Per questo il 1707 resta una data cruciale nella memoria storica scozzese. Non riguarda solo una riforma istituzionale, ma un cambiamento profondo nel modo in cui la Scozia si colloca all’interno della nuova realtà britannica.
28 aprile 1742 – Henry Dundas Il 28 aprile 1742 nasce Henry Dundas, una delle figure politiche più influenti della Scozia nel tardo Settecento. Per anni avrà un ruolo centrale nel rapporto tra l’élite scozzese e il governo britannico, esercitando un potere notevole sia a livello nazionale sia imperiale. La sua carriera mostra bene come, dopo l’Unione, alcuni esponenti scozzesi riuscissero a occupare posizioni di grande peso all’interno dello stato britannico. Dundas divenne infatti un punto di riferimento politico capace di controllare reti di influenza e decisioni importanti. La sua memoria, però, è oggi molto controversa. Il suo nome è spesso associato al dibattito sul ritardo dell’abolizione della tratta degli schiavi, e proprio per questo la sua figura continua a essere riletta criticamente nella Scozia contemporanea.
28 aprile 1988 – Il Glasgow Garden Festival Il 28 aprile 1988 apre il Glasgow Garden Festival, grande evento pubblico organizzato lungo il Clyde in un’area industriale dismessa. Non si tratta solo di una manifestazione dedicata ai giardini, ma di un progetto molto più ampio, pensato per contribuire al rilancio dell’immagine urbana della città. Il festival unisce paesaggio, architettura temporanea, intrattenimento e promozione culturale. In questo modo diventa uno dei simboli più evidenti della trasformazione di Glasgow negli ultimi decenni del Novecento, in una fase segnata dal tentativo di superare il peso del declino industriale. Per questo il Garden Festival è ricordato non solo come evento popolare, ma anche come tappa importante nella rigenerazione urbana della città. Aiuta infatti a costruire una nuova immagine di Glasgow, più dinamica, aperta e proiettata verso il futuro.
Il Gatto Sìth è un animale fatato della mitologia celtica, caratterizzato da un manto nerissimo ad eccezione di una macchia bianca sul petto. È di grandi dimensioni, come quelle di un cane, e si mostra con il dorso arcuato e il pelo ritto.
La leggenda narra che il gatto spettrale infestasse le Highlands scozzesi e che in realtà non appartenesse al mondo fatato, ma fosse una strega in grado di assumere le sembianze di un gatto per nove volte.
La gente delle Highlands scozzesi credeva che il Gatto Sìth si recasse sul luogo di preparazione della salma in attesa di sepoltura e che, passando sopra al corpo, rubasse l’anima del cadavere prima che questa venisse reclamata dagli dei. Per questo motivo venivano organizzate delle veglie alla salma chiamate “Fèill Fhadalach”: se il Gatto Sìth si fosse presentato, gli abitanti degli altopiani scozzesi lo avrebbero allontanato con indovinelli, musica e erba gatta, e avrebbero tenuto il cadavere in una stanza fredda poiché il Gatto Sìth era attratto dal calore.
A Samhain (l’odierno Halloween), si credeva che un Gatto Sìth avrebbe benedetto qualsiasi casa che avesse lasciato, fuori dalla propria porta, un piattino di latte per lui, mentre avrebbe maledetto quelle case che non l’avessero fatto. La maledizione consisteva nel far sparire le mammelle delle mucche, lasciando così gli abitanti della casa senza latte. ✨🐈⬛
Immagine realizzata digitalmente, di proprietà di animascozzese.
1 marzo 1979 – Il primo referendum sulla devoluzione Il 1° marzo 1979 la Scozia votò in un referendum storico sulla devoluzione, cioè la creazione di un Parlamento scozzese con poteri autonomi. Il risultato fu favorevole: la maggioranza dei votanti sostenne l’idea di un’assemblea scozzese. Tuttavia la legge prevedeva una clausola particolare: il sì doveva rappresentare almeno il 40% dell’intero elettorato registrato. Questa soglia non fu raggiunta e il progetto fallì. Solo nel 1997 un nuovo referendum approvò definitivamente la devoluzione, portando nel 1999 alla nascita del Parlamento scozzese a Holyrood.
5 marzo 1974 – Il peso politico scozzese a Westminster Nel marzo 1974 il Regno Unito entrò in una nuova fase politica dopo le elezioni generali di febbraio, che avevano prodotto un parlamento senza una maggioranza netta. Il nuovo governo laburista poté contare anche su un forte sostegno proveniente dalla Scozia. Questo dato ebbe un valore politico importante, perché mostrò quanto il voto scozzese potesse incidere sugli equilibri di Westminster. Negli anni Settanta la Scozia era già al centro di un dibattito crescente su rappresentanza, risorse e autonomia politica. Per questo il risultato elettorale si inserì in una fase storica in cui le richieste di maggiore autogoverno stavano guadagnando terreno. Fu uno dei passaggi che prepararono il clima politico del referendum del 1979.
8 marzo 1702 – La morte di William III La morte di William III nel 1702 aprì una nuova fase di incertezza politica nei regni di Scozia e Inghilterra. La questione della successione era già molto delicata e coinvolgeva identità nazionali, religione e rapporti di potere. In Scozia, il clima politico restava instabile e la prospettiva di una successione non condivisa con l’Inghilterra contribuiva ad aumentare le tensioni tra i due regni. Questi anni avrebbero portato a un crescente confronto su commercio, sicurezza dinastica e autonomia politica, fino all’Atto di Unione del 1707. Per questo la morte di William III non fu solo la fine di un regno, ma anche l’inizio di una nuova fase di pressione politica sulla Scozia.
11 marzo 1708 – Il tentativo di invasione giacobita fallito Nel marzo del 1708 una flotta francese apparve al largo della costa orientale della Scozia con un obiettivo preciso: riportare sul trono britannico James Francis Edward Stuart, figlio del deposto James VII e figura centrale della causa giacobita. L’operazione faceva parte del più ampio conflitto europeo della Guerra di Successione Spagnola, in cui la Francia cercava di destabilizzare il nuovo equilibrio politico britannico dopo l’Atto di Unione del 1707. La flotta, guidata dall’ammiraglio francese Claude de Forbin, tentò di sbarcare nei pressi di Firth of Forth, ma l’intervento della Royal Navy e le difficili condizioni meteorologiche impedirono lo sbarco. Il tentativo fallì senza battaglia, ma dimostrò quanto fosse ancora forte la possibilità di una restaurazione giacobita pochi mesi dopo la nascita del nuovo Regno di Gran Bretagna. L’episodio resta uno dei primi momenti di tensione internazionale legati all’Unione del 1707 e anticipa le future rivolte giacobite del XVIII secolo.
13 marzo 1941 — Il Clydebank Blitz Nella notte tra il 13 e il 14 marzo 1941 la città di Clydebank, vicino a Glasgow, fu colpita da uno dei bombardamenti più devastanti avvenuti in Scozia durante la Seconda guerra mondiale. La Luftwaffe tedesca prese di mira i cantieri navali e le industrie lungo il fiume Clyde, fondamentali per la produzione militare britannica. Clydebank ospitava infatti stabilimenti strategici, tra cui i cantieri John Brown & Company, dove venivano costruite importanti navi della Royal Navy. Il bombardamento avvenne in due ondate notturne consecutive. Migliaia di bombe incendiarie e ad alto potenziale distrussero gran parte della città. Il bilancio fu drammatico: oltre 500 persone morirono e circa 35.000 abitanti rimasero senza casa. Secondo i registri municipali, solo sette case rimasero intatte. Il Clydebank Blitz è ricordato ancora oggi come uno degli episodi più tragici della guerra in Scozia e come simbolo della resilienza delle comunità industriali del Clyde durante il conflitto.
13 marzo 1996 – La strage di Dunblane Il 13 marzo 1996 la Scozia fu colpita da una tragedia devastante. Alla scuola primaria di Dunblane, un uomo armato uccise sedici bambini e un’insegnante, ferendo anche altre persone. L’impatto emotivo fu enorme, non solo in Scozia ma in tutto il Regno Unito. La reazione pubblica fu immediata e portò a una forte mobilitazione civile. Da questa tragedia nacque una revisione importante delle leggi sulle armi, con restrizioni molto più severe sulla detenzione delle pistole. Dunblane resta uno dei momenti più dolorosi della storia scozzese contemporanea, ma anche uno dei più significativi nel rapporto tra memoria collettiva e cambiamento legislativo.
14 marzo 1689 – La Convention of Estates e la crisi della monarchia Il 14 marzo 1689 a Edinburgh si riunì la Convention of Estates, un’assemblea straordinaria del Parlamento scozzese convocata per affrontare una crisi politica senza precedenti. Pochi mesi prima, la Glorious Revolution aveva costretto il re cattolico James VII di Scozia (James II d’Inghilterra) a fuggire dal regno. La situazione lasciava aperta una domanda fondamentale: il sovrano aveva abdicato oppure aveva semplicemente abbandonato temporaneamente il paese? La Convention fu convocata per risolvere questa questione costituzionale. Dopo settimane di discussione e tensioni tra fazioni politiche e religiose, l’assemblea arrivò a una decisione storica. L’11 aprile 1689 il Parlamento approvò il Claim of Right, dichiarando che James VII aveva perso il diritto di governare e offrendo la corona a William of Orange e Mary Stuart. Questo documento limitava il potere reale e rafforzava il ruolo del Parlamento, diventando uno dei testi fondamentali della tradizione costituzionale scozzese. La Convention of Estates del 1689 rappresenta quindi uno dei passaggi più importanti nella trasformazione della Scozia verso una monarchia costituzionale.
19 marzo 1286 – La morte di Alexander III Quando Alexander III morì nel marzo 1286 dopo una caduta da cavallo vicino a Kinghorn, la Scozia perse un sovrano che aveva garantito anni di relativa stabilità. La sua morte fu improvvisa e lasciò il regno senza un successore adulto e saldo. Questo aprì una crisi dinastica che si sarebbe aggravata nei successivi anni. Da quel vuoto di potere nacquero la Great Cause, le pressioni inglesi e infine le Guerre d’Indipendenza scozzesi. Per questo il 19 marzo 1286 è una delle date più decisive dell’intera storia medievale scozzese.
24 marzo 1603 – La morte di Elizabeth I e l’ascesa di James VI Il 24 marzo 1603 morì Elizabeth I, ultima sovrana Tudor. Con la sua morte si aprì una successione decisiva per la storia britannica: il trono inglese passò a James VI di Scozia, che divenne James I d’Inghilterra. Per la Scozia fu un momento enorme. Il suo re saliva sul trono del vicino più potente, portando la dinastia Stuart al centro della politica delle isole britanniche. Questo evento avviò la Union of the Crowns, cioè l’unione dinastica tra i due regni sotto un unico monarca, pur mantenendo ancora istituzioni separate. È una delle date chiave per capire il lungo percorso che porterà poi all’Unione politica del 1707.
24 marzo 1603 – L’Unione delle Corone Quando James VI di Scozia salì anche sul trono inglese nel 1603, si aprì una nuova fase della storia delle isole britanniche. Le due corone vennero riunite nella stessa persona, ma i due regni rimasero distinti sul piano istituzionale. Questo passaggio, noto come Union of the Crowns, non equivale ancora all’unione politica del 1707, ma cambia profondamente la prospettiva dinastica e diplomatica. Per la Scozia fu un momento chiave: il suo re si trasferiva a Londra, portando con sé il peso e il prestigio della corona scozzese. La data è fondamentale per capire come si arrivò, un secolo dopo, all’Atto di Unione.
25 marzo 1306 — L’incoronazione di Robert the Bruce Il 25 marzo 1306 Robert the Bruce venne incoronato re di Scozia nell’abbazia di Scone, il luogo tradizionale delle incoronazioni dei sovrani scozzesi. L’evento avvenne in un momento estremamente delicato della storia del paese. Solo poche settimane prima, Bruce aveva ucciso il suo rivale politico John Comyn nella chiesa dei Greyfriars a Dumfries. L’episodio scosse profondamente il regno e portò alla sua scomunica da parte della Chiesa, ma allo stesso tempo eliminò uno dei principali ostacoli alla sua ambizione di salire al trono. L’incoronazione fu celebrata rapidamente e in condizioni difficili. Molti nobili erano ancora indecisi o schierati con l’Inghilterra, e Bruce dovette affrontare una guerra durissima nei primi anni del suo regno. Nonostante le difficoltà iniziali e alcune sconfitte, Robert the Bruce riuscì gradualmente a rafforzare la propria posizione. La sua leadership portò alla vittoria scozzese nella Battaglia di Bannockburn nel 1314, uno degli eventi più importanti nella lotta per l’indipendenza della Scozia. L’incoronazione del 1306 rappresenta quindi uno dei momenti decisivi della storia scozzese: l’inizio del regno di un sovrano destinato a diventare una delle figure più emblematiche della nazione.
25 marzo 1707 – L’ultima seduta del Parlamento scozzese Il 25 marzo 1707 il Parlamento scozzese si riunì per l’ultima volta nella sua lunga storia prima dell’entrata in vigore dell’Act of Union, che avrebbe unito i parlamenti di Scozia e Inghilterra. L’assemblea si svolse nella Parliament House di Edinburgh, sede storica del potere legislativo scozzese. Dopo anni di trattative, pressioni politiche e divisioni interne, l’unione parlamentare con l’Inghilterra era ormai inevitabile. Durante la sessione finale, James Ogilvy, conte di Seafield e Lord Chancellor di Scozia, pronunciò una frase rimasta famosa nella memoria storica del paese: “Now there’s ane end o’ ane auld sang.” (“Ora c’è la fine di una vecchia canzone.”) La frase sintetizzava perfettamente il momento: la fine di un’istituzione secolare e di un capitolo fondamentale della storia scozzese. Dal 1° maggio 1707, con l’entrata in vigore dell’Unione, il potere legislativo passò al nuovo Parlamento della Gran Bretagna a Westminster. La Scozia avrebbe dovuto attendere quasi tre secoli per rivedere un proprio Parlamento: solo nel 1999, con la devoluzione, fu istituita la moderna assemblea legislativa scozzese a Holyrood.
26 marzo 2006 – La legge antifumo scozzese Il 26 marzo 2006 entrò in vigore in Scozia una legge destinata a cambiare profondamente la vita quotidiana: il divieto di fumare nei luoghi pubblici chiusi e nei luoghi di lavoro. La misura faceva parte dello Smoking, Health and Social Care (Scotland) Act 2005, approvato dal Parlamento scozzese l’anno precedente con l’obiettivo di ridurre i danni del fumo passivo. Con questa decisione la Scozia divenne la prima parte del Regno Unito ad applicare un divieto totale di fumo nei locali pubblici. All’epoca si trattava di una scelta pionieristica anche a livello europeo. La legge fu pensata soprattutto per proteggere i lavoratori — in particolare nel settore della ristorazione e dei pub — dall’esposizione al fumo passivo, considerato una delle principali cause prevenibili di malattie respiratorie e cardiovascolari. L’iniziativa scozzese ebbe grande risonanza internazionale e contribuì ad accelerare l’adozione di normative simili in molti altri paesi.
28 marzo 2017 – Il voto per un secondo referendum Nel marzo 2017 il Parlamento scozzese votò per chiedere un secondo referendum sull’indipendenza. La decisione arrivò in un contesto politico profondamente cambiato rispetto al 2014. La Brexit, infatti, aveva riaperto con forza la questione del rapporto tra Scozia e Regno Unito, soprattutto perché la Scozia aveva votato in maggioranza per restare nell’Unione Europea. Il voto di Holyrood non significava ancora un nuovo referendum immediato, ma ribadiva che la questione costituzionale era tutt’altro che chiusa. È una delle date simbolo della politica scozzese del XXI secolo. Il referendum richiesto nel 2017 non è mai stato organizzato. Il governo britannico ha sempre sostenuto che la consultazione del 2014 fosse una decisione “per una generazione” e ha rifiutato di autorizzarne una nuova. Negli anni successivi il dibattito sull’indipendenza è rimasto molto acceso, soprattutto dopo la Brexit, che ha visto la Scozia votare in maggioranza per restare nell’Unione Europea. Ancora oggi la questione di un secondo referendum rimane uno dei temi più discussi della politica scozzese contemporanea.
7 agosto 2020 Se il buongiorno si vede dal mattino… oggi sarà un sogno! Appuntamento alle 8.00 sul Royal Mile dai nostri amici di ScoziaTour per partire finalmente alla volta delle Highlands e del fatidico Loch Ness. Dopo la nostra colazione salata [ahhh ormai possiamo quasi considerarci autoctoni! 🤣], ci incamminiamo nel fresco del mattino verso il luogo dell’appuntamento, dove ci ritroviamo con gli altri partecipanti al tour. Con tutte le precauzioni del caso [mascherina indossata per tutto il viaggio sul mezzo dell’agenzia] ci posizioniamo, allacciamo le cinture e scalpitiamo per la partenza!
La nostra guida si chiama Valeria, una ragazza davvero simpatica e alla mano [e con una magnifica chioma rossa e riccia… mi fa pensare subito alla mia grande amica Cri!]. Ci intrattiene magnificamente, passando dalla storia alla geografia, da quiz musicali ad attori famosi. Interessante e divertente, il viaggio in auto vola via con la bellezza dei paesaggi scozzesi che scorrono fuori dal finestrino.
Ma andiamo con ordine, prima tappa Loch Lubnaig. Parcheggiato il furgoncino nello spiazzo dedicato, ammiriamo le rive del lago: siamo a due passi dall’acqua! Il tempo purtroppo non è dei migliori, ma siamo in Scozia e quindi va bene così! Il cielo nuvoloso si specchia nel lago e rende cupo il colore dell’acqua, i boschi di un verde scuro e intenso incorniciano la riva opposta del lago… very dramatic view!
⬆️ Loch Lubnaig
Valeria ci istruisce sulle tempistiche: da qui alla prossima tappa non si incontreranno bar o bagni, sicché ci dice di approfittare del chiosco che c’è qui per una bevanda calda [è proprio freschino!!] e la tappa “bagno”. Mentre la maggior parte di noi si mette in fila al bar [The Cabin], gli altri fanno la stessa cosa per il bagno, tra cui Diana. Sembra un discorso da approfondire? Parrebbe di no… se non fosse l’avventura della giornata!! Porto le cioccolate calde al tavolino in riva al lago, dove c’è Mirko appollaiato a rimirar le acque, e noto che Diana non è ancora tornata. Torno al chiosco, mi affaccio alla porta dell’anti-bagno e chiamo mia figlia per sapere dietro a quale porta sia, perché ce ne sono 3. Mi risponde dicendomi “son qui” – bussando sulla porta – “ma la porta non si apre più!” “ma non l’hai visto il cartello attaccato alla porta? dice “NON USARE”… ci sarà un motivo eh?” “eh, non ci ho fatto caso” dice lei con un tono tra il preoccupato e l’innervosito. “ah niente, aspetta che sentiamo dalla ragazza del chiosco” “sì ma non andare via! provo a scavalcare o a passare da sotto!” e si sente lei che si muove all’interno del loculo. “ma va là! aspetta un attimo, son qui di fianco dalla ragazza. Sta’ buona lì” anche io sono tra preoccupazione e nervosismo. Mi giro e fortunatamente c’è Valeria proprio a un passo. Le spiego in due parole [perché è abbastanza evidente] chiedendole aiuto nel riportare il tutto alla barista: il suo inglese è decisamente migliore del mio!! La barista, gentilissima e paziente, ci spiega che la serratura all’interno è rotta e passa un coltello sotto la porta a Diana affinché lo usi per far slittare il perno [o quel che ne resta, visto che è spezzato] e sbloccare la serratura. “Diana fai una foto alla serratura così ti diciamo cosa fare se non riesci” le dico mentre le passo il telefono da sotto la porta. Diamo un’occhiata alla foto e in effetti c’è un moncherino di perno da cercare di far slittare a lato. Diana smarmina [termine tecnico per indicare tentativi multipli di risoluzione del problema] per un paio di minuti cronometrati, mentre l’ansia di tutti sale alle stelle… non solo questa è chiusa lì dentro ormai da 10 minuti, c’è da dire anche che il tempo passa e tra poco dobbiamo ripartire!! “eeeeeeee se non si sblocca?” “Diana stai calma perché altrimenti non ci riesci per forza” “mmmmmm che pall…” “Diana piantala!” Finalmente la porta si sblocca, lei esce e dopo un forte sospiro dice “ahhhhh! beh non ero neanche tanto impanicata!!” Scoppia una risata generale, Valeria traduce alla barista che parte a ridere mentre scossa la testa e torna al suo lavoro, mentre tutti noi la ringraziamo quel centinaio di volte.
Passato il momento di rasserenamento, prendo Diana da parte, mentre andiamo al famoso tavolino con le famose e ormai fredde cioccolate e con Mirko che ci guarda con aria interrogativa come a dire “come mai ci avete messo tanto?”, e le chiedo con amorevole e materno garbo: “ma come cazzo hai fatto a chiuderti dentro? se era rotta, come hai fatto a chiudere la serratura???” “eh.. mi sembrava rotta, ma son riuscita col dito a farla slittare, solo che dopo non riuscivo a riprenderlo per aprire” “e il cartello grande sempre? come hai fatto a non vederlo! DO NOT USE! Porca miseria lo sa anche papà cosa vuol dire!” [parentesi: considerando che Mirko non spiccica parola in inglese, il paragone è più che esaustivo!] “eh, oh…” dice lei a occhi bassi E naturalmente, mentre io son lì incacchiata come una pantera, Mirko si esibisce in facce strane cercando di trattenersi dal ridere mentre si immagina la scena… e, naturalmente, poi scoppiamo a ridere tutti e gli racconto i dettagli! Alla battuta di Diana “non ero neanche troppo impanicata” ormai muore soffocato dal sorso di cioccolata che aveva appena bevuto!
Bon! Ci siamo fatti riconoscere subito anche qui! 😅
Valeria richiama tutti all’ordine e risaliamo sul mezzo, mentre gli altri partecipanti ci sorridono e ci chiedono “tutto ok?”… che carini!
Si riparte, destinazione Fort Augustus: sulle rive di Loch Ness!
Come anticipato, questo tratto dura un paio d’ore e Valeria ci fa sgranchire le gambe 5 minuti facendo tappa in un’area di sosta non casuale: è il punto perfetto per ammirare il panorama collinare con incastonato il Loch Tulla. Davvero una bella sosta!
⬆️ Loch Tulla
Ripartiamo con un bel sottofondo musicale mentre Valeria si riposa le corde vocali qualche minuto, gli occhi incollati alla bellezza che ci scorre accanto.
Un’altra fermata, meritatissima, è la valle di Glencoe. Ci fermiamo, poco prima, al punto d’osservazione delle Three Sisters, tre vette sorelle [appunto] molto suggestive. I dintorni sono un tributo alla natura: è vero che la statale passa proprio da qui, ma sembra quasi non esserci altro che montagne, cascatelle, arbusti, rocce. Pace. Pace assoluta. Qualche scatto, anche se il momento non è dei migliori: nonostante il cielo nuvoloso, siamo decisamente controluce! Pazienza, tentiamo di immortalare qualcosina ugualmente.
⬆️ The Three Sisters
Una bella boccata d’aria prima di tirar su di nuovo la mascherina e risalire sul nostro mezzo, con una splendida sorpresa poco più avanti. Dopo una grande curva, la valle si apre alla vista e lascia a bocca aperta, o almeno per me è così. Mi innamoro subito di quel bellissimo cottage bianco, solitario sotto le montagne e affiancato dal piccolo lago Achtriochtan… sembra un dipinto! Peccato vederlo scorrere dal finestrino, senza potersi fermare qui. Credo potrei rimanere davanti a quel cottage per ore, probabilmente facendo del pressing a chi lì ci abita, restando fuori con un bel cartellone appeso al collo che cita “ehm… me lo vendi??”
Si prosegue, con i soliti occhi a cuoricino puntati ben bene al di là del finestrino. E arriviamo in prossimità di Fort William dove Valeria, tutta contenta, ci indica il Ben Nevis [“oggi non è timido e si fa vedere! Spesso è coperto da nebbiolina o nuvoletta”] e ci informa: con i suoi 1345 mt di altezza, è la montagna più alta della Gran Bretagna. Ok sì, qui in Italia siamo abituati a chiamare “montagne” vette ben più vertiginose, ma devo dire che il Ben Nevis fa la sua figura: nonostante la forma dolcemente arrotondata, trasmette un senso di imponenza.
Il viaggio prosegue, nel suo ultimo tratto, costeggiando i laghi Lochy e Oich che si lasciano intravedere a tratti tra il folto degli alberi.
Ed eccoci a Fort Augustus. Parcheggiamo accanto al canale mentre Valeria ci illustra le opzioni: mini-crociera sul Loch Ness o giretto a piedi per il paese, poi pranzo e ritrovo al parcheggio. Optiamo per la crociera, nonostante le recensioni non troppo edificanti, perché modo migliore per osservarne le acque in effetti non c’è. Valeria non sale con noi, e questo ci lascia in balia della guida autoctona [molto autoctona 😱] di cui ovviamente riusciamo a capire 1 parola su 15! Ma va bene così: ascoltiamo ugualmente questo ragazzo giovanissimo che spiega, indicando il monitor presente sul battello, le varie profondità del lago e il punto dove potrebbe in effetti aver casa il super famosissimo Mostro.
Eh sì perché Nessie è lì sotto che gira e se la ride pensando “non mi troveranno mai!” 🤣
Il battello si allontana dal canale per qualche km per poi fare una bella inversione a U e tornare in sede, sicché in effetti in sé per sé non è chissà cosa, però appunto dà la possibilità di ammirare da vicino e ritrovarsi al centro delle misteriose e affascinanti acque nere del lago. Non solo, è meraviglioso lasciar vagare lo sguardo dalle rive, con i loro splendidi boschi, all’orizzonte piatto dell’acqua che sembra proseguire all’infinito.
⬅️ … dove finirà? • ⬆️ Abbazia Benedettina di Fort Augustus • ⬇️ Acque scure, profonde e misteriose… Nessie dove sei?
Tornati a riva e scesi dal battello, ci incamminiamo alla ricerca di cibo: ridendo e scherzando è ora di pranzo! Valeria ci consiglia un posticino per il fish&chips molto rinomato, il “Monster fish&chips Co.”, che scopriamo essere lo stesso dov’è stata una coppia di amici qualche anno fa. Ci fiondiamo e ci mettiamo in fila, dove ritroviamo alcuni dei nostri compagni di viaggio e con cui chiacchieriamo una volta seduti col nostro fish&chips fumante! Devo dare ragione alle recensioni [e agli amici]: il pesce è davvero ottimo, un filetto enorme e carnoso, con però la pastella morbida e non croccante. I nostri compagni di viaggio ci raccontano delle loro esperienze precedenti in Scozia e dei loro viaggi in giro per il mondo, e ci fanno sognare parlando del loro preferito: parco nazionale di Yellowstone!
È tempo di tornare da Valeria. Qualche scatto al canale, un salto dentro un negozietto di souvenirs [necessito calamita di Nessie!] e la foto di rito al Loch Ness view point.
⬆️ Siete contenti voi due eh?
Si riparte per le prossime tappe sulla strada di ritorno a Edimburgo.
Ripercorrendo un tratto della A82 all’indietro, ci fermiamo al Commando Memorial. Purtroppo incontriamo pioggia e vento, e la sosta è ahimè rapida: uno sguardo al monumento ai caduti della Seconda Guerra Mondiale, all’Area della Memoria [dove sono deposte le ceneri di molti soldati] e alla splendida cornice data dal paesaggio circostante.
⬆️ Commando Memorial
Quasi fradici, rientriamo velocemente sul mezzo e ripartiamo, mentre Valeria ci racconta un po’ di storia al riparo dalla pioggia mentre si immette sulla strada.
Per arrivare alla prossima tappa ci vuole un po’ più di un’ora e quindi ci rilassiamo tutti sui sedili e scambiamo due parole tra di noi. Fuori dal finestrino scorrono boschi e pioggia, quale migliore occasione per due chiacchiere. Dopo una mezz’ora buona, Valeria rallenta un pochino e ci mette sull’attenti per avvistare, alla nostra destra, una piccola ma caratteristica casetta. Alla faccia! Sarà pure piccola ma è una meravigliosa costruzione in pietra scura, con una torretta da favola che custodisce una scala a chiocciola: Gatelodge, a fianco dell’ingresso principale della tenuta Ardverikie [che non vediamo perché molto molto interna rispetto al cancello], in passato dovrebbe essere stata la casa del custode mentre ora è uno degli alloggi della tenuta prenotabile per le vacanze… mooolto interessante!
Ascoltiamo Valeria nei suoi racconti alcolici… detta così suona male, riformulo: Valeria apre l’argomento whisky [così va meglio 😅] per collegarsi al prossimo avvistamento. Siamo arrivati a Dalwhinnie e a comunicarcelo è il grande complesso, bianchissimo e dai tetti neri che lo rendono ancora più affascinante: la distilleria! Peccato non potersi fermare per una bella degustazione! Ahimè sfrecciamo oltre mentre piano piano la pioggia ci lascia, anche se il cielo resta minacciosamente grigio.
⬆️ Ecco la distilleria… lo so, la foto è orribile ma ci tengo 😁
C’è da dire che sì, la giornata non è meteorologicamente la migliore ma questo cielo, fitto di nuvole chiare e scure, dona davvero un’aria drammatica e mistica al resto dell’aspro paesaggio. Insomma, che ci sia pioggia o sole, gli occhi si riempiono di bellezza scozzese. Punto.
Proseguiamo per una quarantina di minuti prima di varcare l’ingresso del paesino di Pitlochry, dove veniamo accolti da una sfilarata [tradotto: lunga fila] di cottages vittoriani da far paura! Sono troppo belli, me ne serve uno!! Qui ci sgranchiamo un po’ le gambe: lasciamo il nostro mezzo nell’area parcheggio e Valeria ci lascia un’oretta in libera esplorazione.
Tornati sulla strada principale il gruppo si divide: chi passeggia guardando le vetrine, chi si inoltra nelle stradine laterali e chi decide di approfittare per una birretta… appena all’interno di una laterale, cattura il nostro sguardo una carinissima piazzetta acciottolata, con grandi botti rivisitate a fioriere e file di tavolini in legno. The Old Mill Inn, veramente una chicca! Non è naturalmente solo un bar, ma è anche ristorante e hotel. Ci sediamo a un tavolino sotto a un grande gazebo, a cui si accede tramite una passerella in legno molto simile a un piccolo ponte seguito da qualche scalino a scendere. Vediamo altri clienti arrivare al tavolo con le loro ordinazioni e deduciamo quindi che l’ordine si faccia a banco, così mi dirigo verso l’entrata già traducendomi in testa cosa dire… che ansia! 😅 Bene, a banco c’è una ragazza gentilissima che deve aver capito in zero secondi di aver davanti una turista straniera e parla in maniera chiara e [immagino] un po’ più lentamente del suo standard… grazie, ti voglio già bene! Gentili gli scozzesi, vero?! Altrettanto vero credo sia però la lentezza nel servizio… o forse siamo noi che siamo sempre di corsa? Fatto sta che sia inevitabile fare un rapido confronto [Italia, bar, ordine, birra in mano: tempo stimato 5 minuti – Scozia, bar, ordine, birra in mano: tempo stimato 15 minuti] e un rapido calcolo: ci restano 25 minuti prima di rientrare sul nostro mezzo! La barista mi passa il vassoio con due birre [una bionda e una rossa] e una coca-cola, ci sorridiamo, ringraziamo e salutiamo a vicenda ed esco dirigendomi al tavolino, sperando di non far cadere tutto [me compresa] nel tragitto fatto di ponti e scalini. Mirko mi guarda arrivare e già capisco cosa vuole chiedermi, sicché lo precedo: “non è colpa mia, ci hanno messo un secolo a servire… lo so che resta poco tempo, la cacceremo giù in fretta!” e la buttiamo sul ridere. La birra è veramente fredda [ma anche veramente buona] e anche l’aria non scherza, ma da bravi bevitori nulla ci spaventa e superiamo la missione: birra trangugiata e arrivo per tempo al parcheggio! Fatto anche una foto al volo alla via principale, beccati questa!
⬆️ Uno scorcio di Pitlochry
Valeria ci riaccoglie con un sorriso chiedendoci anche cosa abbiamo fatto in questa ora. Detto della sosta birra e della velocità di bevuta, lei sgrana gli occhi e dice “beh ma potevate fare con calma, dai! Qualche minuto non faceva mica differenza”, e noi “nessun problema, alla peggio ci sentirete o ridere o russare sul pulmino!” 🤣
In effetti da adesso le soste sono finite: tutta una tirata, sull’autostrada, fino a Edimburgo… potremmo anche farci una pennichella! 😴
Costeggiamo colline, boschi e campagne, sempre accompagnati da un cielo meravigliosamente cupo. A tratti avvistiamo qualche tetto o interi paesini, qualche simpatica pecorella bianca dal musino nero… tutto ci scorre accanto ed è rilassante lasciar vagare lo sguardo in questi spazi.
Arrivati nei pressi di Perth, è la campagna a farla da padrona: le colline si sono allontanate, lasciando spazio a campi e abitazioni. Dopo aver costeggiato Dunfermline, sempre in autostrada, la visuale si apre davanti a noi e si inizia ad intravedere un intreccio di fili bianchi all’orizzonte. “Cos’è? Un ponte?” chiede uno dei nostri compagni di viaggio. Eh sì, è proprio un ponte: bianchissimo e formato da tre grandi “vele”, è il Queensferry Crossing. Nel momento in cui ci siamo trovati sul ponte, non abbiamo potuto non vedere gli altri due ponti sul Firth of Forth: il Forth Road Bridge e il famosissimo Forth Bridge [o Forth Railway Bridge], il ponte ferroviario rosso interamente costruito in acciaio alla fine del 1800… una vera meraviglia ingegneristica. Alla fine del ponte, sappiamo che l’avventura odierna è quasi finita: manca poco al rientro a Edimburgo.
Il piccolo furgoncino della ScoziaTour rientra alla base fermandosi in Lawnmarket, sul Royal Mile, per far scendere tutti noi e salutarci nella tenue luce serale.
Mentre tutti gli altri si incamminano verso le proprie destinazioni, noi tre restiamo sul miglio reale e controlliamo su Google Maps a che altezza rimane il locale in cui abbiamo prenotato un tavolo… eh sì, stasera ci viziamo un po’ e ci togliamo la voglia di una bella cena in centro storico! Il Whisky Bar & Restaurant è la nostra destinazione.
L’atmosfera è quella di un pub: muri scuri e tanto legno, luci soffuse e bancone in bella vista alle cui spalle le mensole strabordano di bottiglie di ogni tipo, tavolini e sedie di legno in fila contro le pareti piene di quadretti, specchi e luci.
I ragazzi che ci fanno accomodare e che ci portano i menu sono tutti giovanissimi e molto gentili.
Ormai innamorata della zuppa assaggiata a Leith, Diana ordina una Cullen Skink e un fish&chips. Mirko si lancia sulla Haggis Tower, una vera e propria torretta composta da tre strati: purè di rape, purè di patate e infine haggis, il tutto accompagnato da una strepitosa salsa al whisky. Io vado di filetto di salmone con salsa al limone e purè di patate. Diana si fa la sua dose di Coca [detta così suona malissimo…. Coca-Cola, ovviamente!] e noi grandi invece si va via di birra [un’altra, sì lo so, un’altra… shhhh 😳].
La cena è davvero ottima e ottimo è il locale, questo non ce lo dimentichiamo di sicuro!
Torniamo all’aperto e ci godiamo la luce del tramonto passeggiando fino alla Esplanade del castello. Il cielo cambia colore e diventa porpora, con poche nuvole sparse a impreziosirlo. Qualche foto, anche se ormai di questa zona ne abbiamo un bel po’, e poi iniziamo a prendere la via dell’hotel.
• Edimburgo… alla luce del tramonto sei ancora più bella •
In camera, ripercorriamo la giornata dicendo cosa ci ha entusiasmato di più e poi… crolliamo!
8 agosto 2020 Driiiiinnnn! Giù dal letto! Altro giorno, altro tour!
Di nuovo al punto di incontro ScoziaTour per partecipare a “Harry Potter e castelli inglesi” 🤩 Già il nome dice tutto, quindi posso anche non raccontare nulla… e invece no, lo racconto lo stesso!
C’è una ragazzina che non vede l’ora di iniziare a far vagare lo sguardo sui castelli e ad ascoltare la guida parlare del famoso maghetto e della penna che lo ha creato… e poi c’è Diana [anche lei non vede l’ora eh!] 🤣.
Preparazione, colazione e partenza alla volta del punto d’incontro sul Royal Mile: ormai potremmo fare il percorso a occhi chiusi!
La giornata è splendida, non c’è una nuvola nemmeno a pagarla… spettacolo!
Serve una piccola premessa: al momento della prenotazione del tour, purtroppo ci hanno informato che il castello di Alnwick, che ha dato forma alla mitica Hogwarts, era chiuso a causa delle restrizioni Covid. Avremmo fatto comunque una sosta per ammirarlo quantomeno da fuori, aggiungendo una tappa al tour per compensare. Ammetto che sia stato un duro colpo [😂], ma abbiamo accettato di buon grado l’alternativa: Lindisfarne, Holy Island.
Ma andiamo in ordine.
Siamo in attesa degli altri partecipanti, che arrivano in contemporanea alla guida, Martina, e… siamo così pochi? Martina controlla l’elenco: un’altra coppia dovrebbe essere in arrivo e poi ci siamo tutti e 7, 8 con lei.
Dopo una decina di minuti d’attesa, tra una presentazione e una chiacchiera, Martina ci dice di salire sul mezzo “così aspettate seduti”. Scappa il commento generale “viva la puntualità” e anche la nostra guida sembra spazientirsi. Arriva infine questa coppia di ragazzi a velocità bradipo, con un caffè Starbucks in mano… secondo commento in coro “no ma con calma anche…”
Beh se il buongiorno si vede dal mattino… iniziamo bene no?
Martina, giustamente, intima alla coppia di finire velocemente la colazione e salire perché siamo in ritardo sulla tabella di marcia. I ragazzi cestinano i bicchieri, salgono e si scusano anche con noi per il ritardo. Va beh vah… per stavolta… 😒
Dai, dimentichiamo l’inizio imperfetto e concentriamoci sul viaggio!
Usciamo da Edimburgo, questa volta in direzione sud-est, verso il confine con l’Inghilterra. La nostra prima tappa, a poco più di un’ora di strada, è un paese molto carino e caratteristico, famoso per le sue mura che racchiudono il centro storico: Berwick-upon-Tweed.
• Scorci di Berwick •
Ci fermiamo per un’oretta, e Martina ci consiglia un paio di cose da fare tra cui scegliere: passeggiata per il paese e vista dei ponti sul fiume Tweed [Old Bridge (o Berwick Bridge), Royal Border Bridge e Royal Tweed Bridge] oppure passeggiata sulle antiche mura verso il Mare del Nord. Non lo dico nemmeno cosa abbiamo scelto noi… Ci prendiamo il tempo per qualche scatto, dai bastioni elisabettiani al cimitero, dal verde dell’erba al blu del mare, ma soprattutto riempiamo gli occhi del meraviglioso paesaggio davanti a noi.
⬅️ Passeggiata sulle vecchie mura • ➡️ Diana e il Mare del Nord 💙
Il tempo purtroppo ci sfugge via ed è tempo di tornare al parcheggio dove ci aspetta Martina: fugace tappa snack per la figliola patita… e via, a bordo!
La nostra seconda tappa, ci spiega Martina, è Lindisfarne [o Holy Island], l’isola di marea. Così detta per via del suo diventare isola quando sopraggiunge l’alta marea e tornare a far parte della terraferma quando la strada riemerge con la bassa marea, Lindisfarne ci accoglie con il suo piccolo agglomerato di basse casette e con i suoi grandi spazi aperti.
Passare con l’auto su questa strada, sapendo che qualche ora prima era sommersa, fa strano in effetti… emozionante!
Costeggiamo il centro abitato, che pare contare meno di 200 persone, e ci fermiamo in uno spiazzettino. Da lì ci dirigiamo a piedi verso il castello solitario e a pochi metri dal mare.
⬅️ Eccolo lì, il castello solitario • ➡️ Guardando verso il paese, fanno capolino le rovine dell’abbazia
La passeggiata è resa ancora più interessante dal muretto a secco che ci accompagna fin quasi al castello e dall’essere completamente esposti all’aria fresca e al sole. Questo spazio immenso e aperto è meraviglioso e lo sguardo corre dal luccichio dell’acqua all’erba, alle barche inclinate sulla secca e naturalmente al castello che spicca come una torre su questo piano verdissimo.
Arrivati vicino alla fortezza, notiamo che ci sono vari sentieri tracciati attorno a noi: c’è quello che va direttamente al castello, uno che ci gira attorno e che si collega ad altri che portano alla spiaggia, e uno che si allontana verso una recinzione solitaria in mezzo al nulla… e siccome noi siamo curiosi, prendiamo proprio quest’ultimo.
Sempre accompagnati dal bellissimo muro a secco, che diventa poi muro perimetrale di questa sezione, eccoci arrivati davanti al cancello: lo scrigno di pietre racchiude un bellissimo giardino, il Gertrude Jekyll Garden, pieno zeppo di fiori, piante e arbusti dai mille colori. Dalla targa a lato, scopriamo che la signora Gertrude ha creato questo giardino nel lontano 1911… wow!
⬅️ La bellezza del muretto… • ➡️ Cosa ci sarà lì? Il giardino della sig.ra Gertrude, naturalmente!
Camminiamo ancora sul sentiero in direzione mare, per poi tagliare di nuovo verso il castello. Non entriamo a visitarlo perché ahimè il tempo a disposizione per questa tappa si sta esaurendo. Ci giriamo intorno, sostando in vari punti per ammirare lui, il panorama e il mare, e per fare un [bel] po’ di foto!
Niente, è ora di rimetterci in moto e proseguire verso il castello di Alnwick… di cui non avrei mai immaginato la pronuncia, maledetto! Sentito nominare da Martina un paio di volte, le chiedo: “aspetta, scusa, come si pronuncia?” “ ‘Anik’ ” dice lei, e io così 😳 “e la L e la W??? dove sono finite?” Martina se la ride mentre alza le spalle e aggiunge “mistero dell’inglese!” No va beh…
Tempo mezz’ora e ci siamo, si vedono già dalla strada le mura che spuntano tra gli alberi.
Martina prende il vialetto che porta al parcheggio del castello per chiedere se sia possibile entrare a vederlo anche solo da fuori. Gli addetti non sono molto per la quale e ci dicono di andare a parcheggiare poco più avanti, in paese, e di arrivare a piedi alla biglietteria da dove “don’t worry, you’ll see something” … 😟 Così facciamo e ci incamminiamo verso la biglietteria: è vero che non faremo i biglietti e non entreremo, però se qualcosina riusciamo a scorgere va bene dai… Il grosso problema è che questi simpaticoni non ci fanno affacciare nemmeno un pochino. Martina ci prova in tutte le maniere a spiegare che eravamo convinti che il castello fosse ancora chiuso, non visitabile. Invece, avendo scoperto proprio ora che il castello era sia aperto e sia visitabile, avrebbe piacere a far vedere al suo gruppo del tour almeno il parco e la parte esterna. Non c’è verso, pazienza. Ne approfittiamo per dare un’occhiata a quello che abbiamo attorno e alla piccola piazzetta che c’è qui accanto alla biglietteria: barettino, ristorante e una fontana un po’ particolare… Sembra una cascata. Dal punto più rialzato l’acqua scende nelle vasche sottostanti. È in effetti molto carina e vorremmo farle una foto, già che ci siamo… L’addetto alla sicurezza [si presume dalla divisa] ci sorride, facendo di sì con la testa come ad acconsentire la fotografia ma poi non si sposta da lì e quindi la bella fontana è accompagnata dal simpaticissimo inglese di turno.
⬆️ Aiuole curatissime esplodono di colori • ⬇️ Stravagante cancello per un giardino nascosto… • ➡️ Fontanta con “amico”
E qui i commenti sulle differenze caratteriali tra inglesi e scozzesi si sprecano proprio! Ma noi non ci perdiamo d’animo perché siamo un bel gruppo compatto e coeso e con la nostra super guida Martina decidiamo il da farsi mentre ci prendiamo una pausa caffè. E la pensata è questa: pranzo qui in paese, vista ormai l’ora, e giretto a piedi. Il gruppo si divide: chi va alla ricerca di un pub, chi di un bar, chi di un ristorante e chi come noi trova dei banchetti [nella piazza del paese] che elargiscono cibo da strada. E hamburger sia! Considerando il mio super inglese, vado a ordinare tre paninozzi allo stand di due ragazzi giovani e sorridenti. Ovviamente mi sgamano subito: “Italy???” E io annuisco con un sorriso sconsolato. I due si prodigano in una presa in giro bonaria, buttando lì parole italiane a caso e gesticolando come tarantolati. Ce la ridiamo serenamente mentre tentiamo di comunicare in un mix italo-inglese da far venire i brividi… non so chi stia facendo la figura peggiore 😂 Tolto il siparietto, devo dire che il panino è davvero buono! Birretta di accompagnamento e il pranzo è servito.
Oltretutto non siamo soli: un nostro compagno di tour è qui con noi. Ci siamo trovati bene nelle chiacchiere e le abbiamo proseguite durante il pranzo. Ci racconta un po’ di lui e del suo approccio a questo tour: è vero che abita qui [maledetto!!😩] già da qualche anno, ma non ha ancora fatto il “turista”, così ha deciso di partecipare a questo tour per godersi un po’ di paesaggi e di storia. Parlando poi di lavoro, ci chiede cosa facciamo noi in Italia. Mirko risponde “metalmeccanico” e io “grafico”, al che si illumina e fa “ma te qui faresti in un attimo a trovare lavoro! Qui impazziscono per gli italiani che hanno a che fare con moda, arte e compagnia bella, e il tuo lavoro comunque rientra nella creazione artistica!” Non so se piangere o abbracciarlo… decido quindi di assestare una pacca sul braccio di Mirko esclamando “vedi porca miseria? Dai trasferiamoci!! Io lavoro e te fai il casalingo!” 🤩 …. Niente, ho il marito poco collaborativo…
Va beh, diamo un’occhiata all’orologio… dai abbiamo il tempo di fare due passi per la strada principale del paese prima di tornare al parcheggio per la ripartenza. Alnwick sembra proprio carino, teniamo presente un giro approfondito del paesello quando torneremo [perché TORNEREMO!] per visitare il castello.
⬅️ Giriamo l’angolo e… • ➡️ … dai Diana, un bel sorriso: sei alle porte di Hogwarts!
Bene, ci siamo e ripartiamo alla volta di Bamburgh! La strada, a pochi km dall’arrivo, costeggia le scogliere. Il Mare del Nord appare in tutto il suo splendore e ci accompagna fino a destinazione. Il castello è SUL mare nel vero senso della parola. Imponente, si staglia sullo sfondo blu profondo delle acque e sul dorato della spiaggia. Macchie di verde e viola colorano l’altura su cui sorge la fortezza e tutto l’insieme sembra un dipinto prezioso.
• 💙 •
Scendiamo dal nostro mezzo accolti da un vento allegro che ci scompiglia e ristora, assieme al calore del sole: la giornata è sempre più bella!
Anche qui il gruppo si divide: chi scende verso la spiaggia per fare due passi all’aria aperta, chi decide per la visita del castello. Noi, questa volta, siamo un po’ indecisi. Alla fine optiamo per la visita, che ci porta sia all’interno delle varie sale, sia all’esterno per godere del panorama.
Tecnicamente la nostra guida non potrebbe entrare con noi, o meglio: può entrare come visitatrice ma senza farci da guida spiegando e raccontando… ahhh queste regole! Che poi, posso capirne il senso: la visita guidata è fatta dal personale già addetto e già presente. C’è da dire però che per chi non capisce perfettamente la lingua, diventa difficoltoso seguire i discorsi e apprezzare le informazioni, e magari permettere ad una guida come la nostra di aiutarci non sembra quel delitto così imperdonabile come lo fanno sembrare. Devo dire, però, che il signore che ci accoglie all’entrata è di tutt’altro avviso: mentre Martina mette le mani avanti spiegando appunto di non poterci fare da guida all’interno, e quindi pensava di aspettarci fuori [lei il castello lo ha già ben che visto], il signore richiama la sua attenzione invitandola ad entrare con noi senza problemi. Beh questo lo abbiamo capito dall’espressione di Martina, abbastanza sorpresa, dopo aver scambiato qualche parola con colui che abbiamo ribattezzato il “mitico Sir”.
Bene, inizia il giro!
Indubbiamente l’atmosfera e la bellezza delle scalinate, piuttosto che delle sale, dei soffitti, di tutto il legno e la pietra, lasciano a bocca aperta. Noi tre poi, appassionati e amanti del medioevo e dei suoi stili architettonici, non possiamo che emozionarci in luoghi come questo.
⬅️ Giochi di luce e di atmosfera • ➡️ Vogliamo parlare di questi soffitti?!
Dall’interno, usciamo e passeggiamo lungo le mura osservando la struttura e le file di cannoni puntati verso l’orizzonte. Quell’orizzonte blu, intenso e immenso… potrei stare ore qui, seduta su una panchina ad ammirare questa meraviglia!
• 💙 •
Il tempo vola via davvero troppo in fretta, e questo è il “contro” dei tour organizzati: tanti km e poche ore. Però vanno considerati anche i “pro”, che a mio avviso sono di più e quindi rendono l’esperienza positiva: 1- non si ha l’ansia [questo vale per noi] del dover guidare dall’altro lato; 2- non dovendo guidare si può gustare appieno il panorama e tutto ciò che scorre fuori dal finestrino 3- la lingua: avere la guida in italiano, per chi come noi non ha purtroppo troppa padronanza dell’inglese, è un notevole aiuto per apprezzare meglio tutte le informazioni e le curiosità che vengono raccontate.
Ci riempiamo i polmoni di quest’aria fantastica e gli occhi di questa meraviglia che abbiamo di fronte, e risaliamo felici e sorridenti sul nostro pulmino.
Il rientro a “casa” procede per strade secondarie verso l’ultima sosta, immergendoci nelle campagne e nei prati verdi. Tantissime mucche e pecore riempiono i prati, giganti macchie viola di erica colorano i dolci pendii, cottages solitari che spuntano qui e là regalano visioni di una vita tranquilla e semplice legata al ritmo delle stagioni. Io ci metterei la firma adesso!
Martina Martina… quante cose belle ci hai fatto vedere oggi, e manca ancora l’ultima! Eccoci arrivati a… ma questo è davvero un paese? Abbiamo svoltato in una strada ai cui lati si susseguono i pochi piccoli edifici che costituiscono questo minuscolo paesino: Etal.
Sarà anche piccolo, ma ha tutto il necessario! I residenti [una cinquantina di persone, forse meno] hanno a loro disposizione l’ufficio postale, una tea room e un pub! E poi è proprio una chicca: i cottages bianchi e i prati verdi e curati, sembrano dipinti e usciti da una favola. La chiesa e le rovine del castello, poi, aggiungono ancora più fascino!
⬅️ Le rovine del castello • ➡️ Etal in tutta la sua… strada!
Martina raggiunge il piccolo parcheggio dietro il castello e scendiamo per sgranchire le gambe. Qui facciamo la conoscenza di quello che diventerà l’incontro più bello della giornata: un micione nero richiama la nostra attenzione con una serie di sonori miagolii. Ci avviciniamo e lui si butta pancia all’aria pronto a prendere un sacco di coccole e grattini!!
Oh caro amico, che bel regalo ci hai fatto!
⬅️ Il nostro nuovo amico! • ➡️ Che cottage meraviglioso!
Dopo le coccole sparisce oltre la siepe e noi ci dirigiamo verso la megalopoli 🤣
Ammiriamo le rovine e la bellezza di questo agglomerato di casupole, e… ovviamente puntiamo il pub: The Black Bull, sei nostro!! Ci sediamo ad uno dei tavoli di legno all’aperto e chiediamo una buona birra. Quale migliore conclusione per una giornata splendida e perfetta?!
È tempo di risalire in auto e tornare a Edimburgo, godendoci ancora strade e panorami di campagna.
Salutiamo tutti, ringraziamo per l’ennesima volta Martina e torniamo verso l’hotel. Piccola tappa da Tesco per un tramezzino [ormai li abbiamo assaggiati tutti!] e su di corsa per la consueta turnazione riposo-cena-doccia.
9 agosto 2020 Nuovo giorno, nuova avventura! Oggi restiamo a Edimburgo per scoprire una parte della città sotterranea e della sua storia: alle 10.45 abbiamo appuntamento al Mary King’s Close.
Dopo colazione, ci dirigiamo con calma verso il centro, prendendoci il tempo di gironzolare per quelle viuzze non ancora esplorate e fermandoci a guardare alcune vetrine a cui siamo sempre passati a fianco velocemente. Come quella della Maison de Moggy, il cat café… sì esatto, una caffetteria dove ti fanno compagnia un sacco di gatti meravigliosi!!! 🐱🐈⬛ L’entrata va solo su prenotazione ma dobbiamo ahimè evitare comunque se non vogliamo seppellire qui Mirko, data la sua allergia… [anche se, caro Mirko, non sarebbe male il riposo eterno qui eh? Hey!! Ahi!! Scherzavo!!]
Eccoci davanti all’ingresso del Mary King’s Close. La visita è guidata da una ragazza che indossa abiti dell’epoca e che sta per portarci indietro nel tempo, nella Edimburgo del XVII secolo. Ovviamente il tutto è in inglese, e decidiamo di prendere le audioguide.
Questo close e il suo labirinto di strade sotterranee, abitazioni e stretti passaggi, dona un’esperienza davvero unica ed emozionante. Se non abbiamo capito male, dovrebbe essere l’unica parte conservata della Edimburgo del XVII secolo, e passeggiare in questo labirinto di vicoli è indescrivibile. La guida racconta le storie delle persone che vissero, lavorarono e morirono qui, tra povertà e malattie, mentre ci fermiamo in una stanza che fungeva da abitazione. La scenografia ci aiuta a comprendere in quale spazio e in quali condizioni una famiglia riusciva a vivere a quel tempo: un piccolo letto, un tavolino, poche sedie e un secchio, sono ciò che si rendeva necessario. Il secchio, naturalmente, non era altro che il wc dell’epoca, il quale veniva svuotato fuori dalla finestra al grido di “gardyloo”. Questa parola la riconosciamo e ce la ricordiamo bene. Durante il primo viaggio qui, 5 anni fa, abbiamo partecipato al “tour dei fantasmi” e la guida di allora, raccontandoci proprio di quel periodo e delle condizioni di vita della popolazione più povera, ci fece conoscere questo termine: Gardyloo, dal francese “garde à l’eau” [attenzione all’acqua!].
Durante la visita non è possibile fare fotografie, quindi cerchiamo di imprimere nella memoria tutto quello che stiamo vedendo e le informazioni che la nostra guida [e l’audioguida di supporto] fornisce. Medico della peste [il manichino è davvero inquietante!] e malati, giacigli oggi impensabili, stanze piccole e basse quasi claustrofobiche… attraversiamo tutto questo prima di entrare [o uscire? 😅] nell’iconico vicoletto dall’alto soffitto da cui penzolano i panni stesi. Qui la nostra guida ci fa piazzare nel punto X per la foto di rito. Il giro è finito, grazie amica del ‘600!
Ci ritroviamo nel negozietto di souvenirs e ritiriamo la nostra foto del Mary King’s Close sottoforma di calamita [così la mettiamo assieme a quella di Nessie!] 😁
Decidiamo di pranzare qui sul Royal Mile e ci fermiamo davanti al pub Deacon Brodie [per l’esattezza Deacon Brodie’s Tavern, in Lawnmarket] per leggere il menu e chiedere se hanno posto per tre… Ci mettiamo in fila per entrare [nel frattempo è arrivata altra gente] e, dopo qualche minuto, una ragazza molto gentile ci fa accomodare accompagnandoci al piano superiore e ci lascia i menu.
I nostri occhi passano dalla lettura dei piatti alla sala del pub e ai suoi particolari: proprio alle spalle di Mirko, sulla parete, ci sono ritratti e stampe relativi al romanzo “Dottor Jekyll e Mr. Hyde” scritto da Robert Louis Stevenson. Lo scrittore pare aver preso l’ispirazione per il suo singolare personaggio proprio dal diacono William Brodie [a cui è intitolato questo locale] e il forte contrasto tra la sua facciata rispettabile e il suo lato oscuro di scommettitore indebitato e donnaiolo.
Non sono solo le pareti a distrarci dal menu: siamo seduti nell’angolo tra parete e finestra e la vista sul Royal Mile è davvero una chicca!
• 💙 •
Ok, la nostra amica ritorna per prendere l’ordinazione e “two fish&chips and one haggis, please ☺️” accompagnati da due Innis&Gunn, una coca-cola e una bottiglia di acqua naturale.
Mentre aspettiamo le pietanze, il bere ce lo porta direttamente il barista [sì c’è un bancone bar anche al piano superiore!] che ci saluta in italiano con un grande sorriso: lavora e vive qui da un paio di anni, è contento ma lo è altrettanto quando capitano turisti italiani e può fare due chiacchiere nella sua lingua madre. E figurati, amico, se noi non assecondiamo la chiacchiera volentieri! Ci saluta raccomandandosi di fargli un cenno per qualsiasi cosa [che gentile!] mentre la cameriera arriva con i piatti… che fame!
Sono seduta di fronte a Mirko, quindi spalle alle sala e al bancone del bar dove è appena tornato al lavoro il nostro nuovo amico, e con la coda dell’occhio vedo passare la cameriera. Qualche secondo dopo vedo Mirko finire la birra, cercare con lo sguardo la cameriera, che sta passando dietro di me, e farle un cenno. Io penso “caspita ordina una birra in inglese!”, e nella stessa frazione di secondo sento lui che dice, in italiano, “me ne porti un’altra per favore?”. Mi volto e invece della ragazza vedo il barista che alza il pollice e va a banco. Mirko sei il solito… 😳 Dopo aver mangiato, non possiamo finire il pasto senza un buon whisky e, approfittando spudoratamente del nostro amico italiano, ci facciamo consigliare un paio di whisky da assaggiare: il primo consiglio è il Dalwhinnie [dai! abbiamo visto la distilleria durante il tour! 🤩], un whisky leggermente torbato e addolcito con note di miele; il secondo consiglio è il Craigellachie, dalla torbatura più intensa e un po’ più secco, rispetto all’altro. Molto buoni entrambi!
Felici e contenti usciamo dal pub e ci incamminiamo con calma verso la nostra meta: abbiamo deciso di dedicare il pomeriggio a Stockbridge, il quartiere dove abbiamo alloggiato la prima volta che siamo venuti ad Edimburgo. Passeggiando, decidiamo di passare proprio da St Bernard Crescent e rivivere l’emozione di qualche anno prima. Proseguiamo poi la passeggiata verso uno dei punti più iconici e fotografati della città: Circus Lane. È una viuzza acciottolata, stretta e dolcemente curva, che sembra un piccolo mondo a parte. La stradina è delimitata da due file di abitazioni basse e tutte attaccate tra loro. Quasi ogni casa ha siepi, vasi pieni di fiori colorati e piante rampicanti che salgono dal suolo alle finestre del primo piano. Davvero un piccolo mondo incantato.
⬅️ da un verso… • ➡️ … e dall’altro!
Proseguiamo il nostro giretto tra la vie di Stockbridge per un’oretta e poi prendiamo la via del ritorno verso l’albergo, con la consueta tappa da Tesco per l’altrettanto consueto tramezzino da mangiare a turno in camera… quasi quasi ormai ci piace questa dinamica! 😁
Mentre saliamo in camera un unico pensiero invade la nostra mente: questa è l’ultima sera che passiamo qui. Domani purtroppo si riparte, è vero, ma nel pomeriggio e quindi abbiamo ancora tutta la mattinata di domani per un ultimo giro: South Queensferry. Prepariamo quindi i nostri borsoni facendo attenzione a non dimenticare nulla, ci facciamo una bella doccia ristoratrice e ci mettiamo a letto con felicità e tristezza al contempo.
10 agosto 2020 Sveglia, colazione, saluto allo staff gentilissimo e simpaticissimo, consegna della chiave elettronica della stanza e check out. Con tutti i nostri zaini in spalla ci dirigiamo verso la fermata dell’autobus in Princes Street: ci facciamo, quindi, di nuovo e per l’ultima volta la nostra passeggiata per le vie del centro storico. Siamo alla fermata e, in pochi minuti, arriva il nostro autobus: saliamo, salutiamo il conducente, facciamo per pagare il biglietto con la carta [come già fatto in precedenza] e la carta non viene riconosciuta o quantomeno il pagamento non viene effettuato. Questo autista sembra meno predisposto a dare una mano a noi turisti e, un po’ scocciato, ci fa fare un secondo tentativo. Siccome non abbiamo abbastanza contanti, facciamo un passo indietro e scendiamo. Dall’altro lato della strada fortunatamente c’è uno sportello bancomat… e via di corsa a prelevare! Risolto il problema contanti, torniamo alla fermata per aspettare l’autobus successivo. Questa volta, come conducente, c’è una signora che è l’esatto opposto del precedente: non solo è disponibile e molto gentile, con un sorriso aperto e sincero, ma ci chiede dove vogliamo andare e ci invita a restare vicino alla sua cabina perché così ci fa sapere a quale fermata scendere per avere un punto panoramico migliore per vedere il ponte rosso. Scendiamo dove ci consiglia, e in effetti da qui c’è proprio una bella prospettiva!
• Il magnifico Forth Bridge •
Ci incamminiamo e raggiungiamo il paesino di South Queensferry: è veramente una meraviglia, un tripudio di colori!
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Dopo la prima passeggiatina per la via principale, iniziamo a guardarci intorno per mangiare qualcosa.
Ormai si è fatta ora di pranzo e troviamo questo posticino [Orocco Pier] che ci ispira molto: il menu esposto sembra interessante e poi il locale è proprio sulla riva del fiordo. Appena entrati vediamo in fondo alla sala una grandissima vetrata panoramica. Lo dico perché, quando chiediamo se hanno posto per tre persone, il cameriere ci chiede se vogliamo stare dentro o stare in terrazza. Mentre la nomina si gira e guarda la vetrata, e quindi noi pensiamo che forse con “terrace” lui intenda quella parte di tavoli accanto alla vetrata, ottima per vedere fuori come se si fosse, appunto, in una terrazza. In realtà ci porta dall’altra parte del locale, poi giù dalla scala e… nella terrazza esterna! Bellissima terrazza e bellissimo panorama: abbiamo proprio di fronte il Forte Bridge in tutto il suo rosso splendore… peccato solo che oggi non sia proprio una giornata di sole, anzi è un po’ nuvolo e soprattutto c’è un vento bello fresco che tira spaventosamente. Noi non ci facciamo scoraggiare [ma soprattutto non vogliamo fare una figuraccia! 🤣], ci infiliamo una felpa e restiamo stoicamente a mangiare qui in terrazza!
• 💙 •
Diana si prende un tris di mini hamburger che sono proprio una gioia per gli occhi accompagnati da un simpatico cestino di patatine fritte, io prendo un piatto a base di pollo e verdure dai profumi e sapori un po’ orientali dati dal curry accompagnato da piade e salse, e Mirko un panino con verdure e carne accompagnato da insalata. Finito di mangiare, ci prendiamo il tempo per un paio di foto. Una volta trovata la cassa paghiamo il conto, ringraziamo, salutiamo, e torniamo in strada per proseguire la perlustrazione del paese.
• 💙 •
Ahimè il tempo tiranno ci obbliga alla ricerca della fermata dell’autobus: dobbiamo tornare a Edimburgo perché tra un paio d’ore ci aspetta l’air link 100 per riportarci in aeroporto.
Il ritorno in autobus ce lo godiamo dall’alto: saliamo al primo piano e ci mettiamo in primissima fila… non male la prospettiva da qui, non male davvero! Scesi nuovamente in Princes Street, inganniamo il tempo facendo un giretto nelle strade qui attorno. Parallela della Princes, Rose Street ci sorprende con la sua zona pedonale ricca di locali e adornata di bandierine svolazzanti.
Ci sediamo ad un tavolino di un bar-gelateria e ci regaliamo l’ultima “coccola” in quel di Edimburgo… posso piangere?!
È tempo, purtroppo è davvero arrivato il momento di salutare questa splendida città. Il tragitto fino all’aeroporto lo passiamo quasi tutto in silenzio. Diana appoggia la testa sulla mia spalla e ci teniamo la mano, mentre guardiamo fuori dal finestrino. Mirko è seduto davanti a noi e ogni tanto si volta a guardarci e sorride… sotto sotto però penso che anche lui sia un po’ triste.
Bene, passati i controlli e fatto il check-in, è ora di tirarci su il morale: e giro per i negozi sia!!! Poteva mancare un negozio dedicato a Harry Potter? Assolutamente no, e quindi un buon quarto d’ora lì dentro non ce lo toglie nessuno. Giriamo tra le varie scansie dei negozi di prodotti scozzesi e mi decido a prendere una bellissima e morbidissima sciarpa in lambswool, Diana invece impazzisce per una coppia di elastici [“scrunchies!”… sì Diana ho capito!] di cui uno nero simil velluto e l’altro in stile tartan sul rosso. Non potevano mancare il fudge, oltretutto confezionato in una carinissima scatola di latta azzurra che cita “Isle of Skye – sea salt – caramel fudge”, e una scatola di tè: ce ne sono mille mila della “Edinburgh – tea&coffee company ltd”, ma a Mirko cade l’occhio sulla confezione di “Whisky Tea”… e proviamola, certo!
Tra un negozietto e una smangiucchiata al bar, ormai si è fatta ora di salire sull’aereo… che tristezza, la stessa tristezza disarmante della prima volta che ho lasciato questa terra. L’ho già detto, lo so, ma per me è davvero come lasciare “casa”. Fuori dal finestrino la luce cala sempre di più e giù giù giù in basso brillano le luci di paesi e città…